— Ma dunque, ma dunque — disse Alma sorpresa e confusa, non riuscendo a comprendere l’anima di quella donna. — Quale è dunque la colpa di...?
— La sua colpa? — rispose Vittoria che era rimasta come accasciata dopo quelle aspre e prorompenti parole. — La sua colpa è di esser bello, di esser valoroso come una spada, generoso come un leone, di esser nato per sovrastare a tutti, di esser lui il padrone, lui il signore di ogni cuore, da quello di una regina a quello di una scorridrice dei boschi quali io sono!
E si era accesa nel dir ciò: gli occhi le splendevano fissati a sè dinanzi come se contemplasse l’imagine di lui.
— No — proseguì con una straziante angoscia nella voce — egli non mi ama, egli non mi ha mai amata!
Alma sussultò sentendosi invasa da tale gioia che altra simile non l’aveva mai così inebbriata in sua vita. Dunque a torto l’aveva accusato, a torto? Dunque sì generosi, sì magnanimi erano il carattere, il cuore, l’anima dell’uomo da lei amato che anche nel dolore e nello strazio quella donna l’esaltava?
E poichè era rimasta immobile dissimulando la sua esultanza, ma con gli occhi fissi su Vittoria esprimenti la meraviglia:
— Comprendo il vostro stupore — continuò Vittoria. — No, egli non mi ama e non mi ha mai amata e pur son sicura che darebbe la vita per salvare la mia. Ma è gratitudine, è pietà la sua, non è amore. Io, io al primo vederlo intesi che non mi appartenevo più, che sarei stata la schiava di quell’uomo sol che avesse voluto; io intesi scorrere come un balsamo per le mie vene, per tutto il mio essere saturo di questo amore che aveva preso il luogo delle malnate passioni mie. Io compresi di essere ancor vergine di cuore se non di corpo, così nuova mi parve quella vampa che egli aveva acceso!
Alma ascoltava come perduta in un sogno. Alle ardenti parole di quella donna sentiva diradarsi il velo che aveva fino allora coperto l’amor suo, lo sentiva svellersi dal fondo del cuore in cui l’aveva relegato e spandersi per tutto l’essere; ascoltava commossa, trepidante come se le parole che sentiva fossero le sue, fossero il grido delle sue visceri.
— E per un anno — continuò Vittoria — per un anno io che pur vivevo la misera e orrenda vita dei boschi, io che avevo respinto lungi da me il demone dell’esistenza mia, colui pel quale l’inferno non avrà abbastanza tormenti per me, pel quale mi resi indegna della misericordia di Dio per quanto immensa, portai nell’anima l’immagine di quell’uomo, innanzi alla quale, mentre i compagni dormivano gonfi di vino e di cibo e stanchi di delitti e di turpitudini, pregavo come non mai avevo pregato Dio. Poi dopo un anno m’incontrai con lui, e me gli offersi, io, io che ho visto strisciare ai miei piedi i più potenti, io che per esser libera, padrona di me e non aver altra volontà che la mia avevo dimenticato e aveva disonorato il nome dei miei padri, affrontato il ludibrio degli uomini e per i miei delitti l’ira del cielo, io me gli offersi ond’egli facesse di me la sua schiava, lieta, superba, felice se mi avesse confinato in una casuccia a filar la lana come la più umile delle donnicciuole, ed egli mi respinse, intendete? mi respinse perchè... perchè ne amava un’altra!...
Alma trasalì a queste parole. Di chi intendeva parlare quella donna, di lei o della Regina? Certo della Regina, con la quale i rapporti di Riccardo non potevano sfuggire ad un occhio geloso! Il cuore le si strinse, ma trattenne la domanda che era per prorompere dalle labbra.