— Ah! — urlò con una orrenda bestemmia. — Che muoia almeno come ho vissuto uccidendo!
E si slanciò col coltellaccio in pugno verso il luogo donde erano venuti i colpi ed ove al certo alcuni Inglesi erano appiattati.
— Va, Pietro — gridò Riccardo — va, io non debbo lasciarla sola. Va, salva lei, salva lei, e aspetta mezz’ora al limite del bosco ove è una croce, nel punto in cui ci fermammo con la lettiga.
A venti passi da lui la mischia si era ingaggiata tra Vittoria e i tre o quattro soldati inglesi che di un tratto se l’erano intesa piombare addosso. Ella colpiva sicura, mentre i soldati credendo di aver che fare con parecchi combattenti non riconoscendosi nelle tenebre si ferivano tra loro.
— Eccomi, eccomi, Vittoria, eccomi! — gridò Riccardo slanciandosi in aiuto dell’amica. — Parla, dove sei, dove sei?
— Qui, qui, e grazie fratello, grazie!
La mischia continuò nel buio con grida soffocate, con bestemmie, con imprecazioni; mischia feroce illuminata talvolta dal lampo di una pistolettata, dopo il quale continuava nel buio più fitta. Infine gl’Inglesi, o morti o feriti in parte dai loro stessi colpi, furono sopraffatti: alcuni di essi fuggirono, mentre gli altri gemevano sommessamente.
— Vittoria, Vittoria, dove sei? — gridava Riccardo che aveva colpito rimanendo incolume.
— Muoio! — rispose la voce di Vittoria — muoio, ma son felice, felice di morire!
Egli, guidato dalla voce, giunse dove la giovane donna era caduta e la prese fra le braccia, folle di dolore.