Il suo odio per gli affari che proveniva dalla coscienza di essere incapace, aveva servito a Carolina che era riescita quasi sempre nel suo intento.
— Via, firma! — gli disse poi con voce tra la preghiera e il comando, come si fa coi fanciulli.
Il Re prese la penna, stette un istante sospeso, irrisoluto; poi ubbidendo ad una subita decisione appose la sua firma a piè del foglio che ella gli aveva dispiegato dinanzi.
— Ed ora — disse, gettando la penna e dando un sospiro di sollievo — posso andare a letto? Debbo alzarmi per tempo dimani. Ho ordinato per l’alba la messa e la colazione, per poi scovare un tasso che fu visto ieri in un punto del bosco.
Ella si era alzata, soddisfatta, esultante; ma pur contenendosi:
— Siamo intesi! — disse mentre il Re stendeva la mano al laccio del campanello.
— Sì, sì, siamo intesi. Non ne parliamo più, per carità.
E trasse a sè il laccio che fece squillare il campanello.
La porta della stanza si spalancò: nel mezzo della soglia ritto in piedi si teneva il maggiordomo fra due valletti che reggevano i candelabri accesi.
— Accompagnate Sua Maestà la Regina nel suo appartamento — disse il Re. — Dite al mio servizio che mi spoglio da me. Domani, come ho già detto, mi sveglierete all’alba.