Riccardo nel sentirsi chiamare cugino da Alma, quantunque profondamente afflitto per la morte di quella povera donna, aveva inteso nel cuore come un’ondata di gioia. Non era soltanto il riconoscimento del suo diritto, era per lui qualcosa di più, il riconoscimento del legame che li avvinceva.

È vero che una fatalità inesorabile pesava su entrambi: i suoi rapporti con la Regina; ma se tali rapporti impedivano che il suo amore, il suo unico e vero amore fosse coronato da un lieto fine; se non si sentiva il coraggio di spezzarli per non abbandonare colei che era stata da tutti abbandonata, oramai poteva dirsi sicuro che Alma lo amava, quantunque non osasse confessarlo. Lo amava, e forse comprendeva pur troppo che egli per aver ceduto al fascino di un istante si trovava impigliato in quei rapporti che la ferivano nel suo pudore di fanciulla, e pure essendone gelosa senza averne il diritto, le facevano sentir vergogna di tale gelosia!

Essi si tenevano immobili senza scambiar parola, ciascuno nel luogo ove prima stava. Tra lui e lei vi era quel cadavere, ond’ella sentiva custodita il suo pudore ben più che se si trovasse in mezzo ai valletti ed alle cameriere della Corte. Volgeva di tanto in tanto lo sguardo alla morta con una pietà profonda, sentendo come acuito il suo amore per Riccardo.

Quanto l’aveva amato quella poveretta, tanta benefica influenza aveva su lei esercitato quell’amore a cui attribuiva la gentile soavità degli ultimi istanti di colei che era stata sì crudele e sì feroce, a cui attribuiva anche il pentimento che nell’ultima ora aveva dato al viso di lei un’impronta di rassegnata dolcezza! Dunque ben degno dell’amor suo esser doveva quell’uomo, pel quale una regina era scesa dal suo trono e un’avventuriera era morta beata del di lui compianto!

Forse anche influiva la prova irrefutabile che egli era il legittimo figlio del duca di Fagnano, il vero signore e padrone dei domini che il padre suo aveva usurpato, a farle sentire con più violenza, con più deliberato proposito quell’amore che fino a quel giorno era stato un sentimento vago, fluttuante nel suo cuore di giovinetta. Per la prima volta ne subiva tutto il fascino, per la prima volta si sentiva pervasa da un turbamento del tutto nuovo in lei. E rievocava le impressioni di un tempo, quando si era accorta con superbo disdegno che egli, misero trovatello allora, la contemplava con occhi estasiati, e si spiegava adesso perchè, anche in quel superbo disdegno, ella in fondo sentisse come una vaga compiacenza di essere contemplata così. Ci era dunque qualcosa in lui che la interessava incoscientemente, che vinceva il pregiudizio, che giungeva fino a lei pure attraverso l’immane distanza che separava la figliuola del duca di Fagnano dal miserabile e meschino contadinello!

E l’una e l’altro erano in questi pensieri che si incontravano per confondersi di sopra al cadavere freddo, stecchito della povera Vittoria.

Fu lei la prima a rompere il silenzio. Prese la carta che Vittoria le aveva dato e porgendola al giovane disse:

— Questo documento conferma inappellabilmente il vostro diritto, signor duca di Fagnano.

Egli fece un gesto come per respingerla.

— Custoditelo voi, cugina — disse con un sospiro. — Il mio diritto non può venirmi che da voi, ma so bene che voi non varcherete mai l’abisso che ci separa per una fatalità alla quale nessuno di noi può sottrarsi, oramai! Il giorno in cui mi occorresse, ve lo chiederei.