— Sapete che contiene quella lettera? — disse la Regina. — L’invito ad una festa che il Re dà alla Ficuzza, alla nobiltà palermitana: un invito fatto in tali termini che mi obbliga per prudenza ad accoglierlo.

— Vostra Maestà fa bene: impedirà così le malignazioni dei suoi nemici.

— Ah — gridò lei fulminandolo dello sguardo — tu ne godi quasi, tu ne godi perchè non sarai costretto più ad infingerti meco, perchè tu non potrai seguirmi e sarai quindi libero di te stesso, libero nei tuoi amori con...

Egli impallidì, ma il suo sdegno fu vinto dalla pietà per quella donna che appariva convulsa. Fece un gesto come per respingere quell’accusa; ma ella non gli diede il tempo di scolparsi e continuò accesa in volto, con le labbra tremanti e la voce roca per la collera:

— Non è, non è la dignità tua, umiliata per l’inazione, non è il perfido sorriso dei miei familiari che ti fa così perplesso a me dinanzi, che ti tiene da me lontano, che ti fa evitare di restar solo con me, onde tu non debba negarti ad un mio invito. È ben altro, ben altro! A che mentire, a che cotesta tua ipocrisia, a che? Credi tu che io non ti legga nel cuore, che non penetri nel segreto dell’anima tua e... e di colei, di colei che è la mia più fiera nemica ora? Tu resterai qui, con lei, e mentre io sarò lontano.. No, no per Iddio, no!

— Io sarò — rispose lui — dove Vostra Maestà vuole che sia.

— Verrai con me alla Ficuzza? — chiese lei con voce incerta, la remissività di lui incominciando a calmarla.

— Se Vostra Maestà me l’ordina... Rifletta bene però che la mia presenza potrebbe esser interpretata malignamente. Il mio grado di scudiere se è riconosciuto qui non sarebbe riconosciuto altrove...

— È vero. Ma dunque solo per questo tu non vuoi venire? Senti — disse poi facendo uno sforzo per dominare sè stessa — non chiedermi qual sia il sentimento che a te mi lega... Io non lo so, non lo so bene e se anche il sapessi, risparmia una confessione a me, misera donna, misera in proporzione di quanto esser dovrei glorificata, umile per quanto dovrei esser superba! Avrò peccato in vita mia, ma l’espiazione è crudele, crudele quanto tu non immagini! Veggo crollar tutto a me d’intorno, tutte le mie speranze, tutte le mie illusioni. In questa guerra impegnata da me sola contro tutti credevo di avere almeno Dio pel mio diritto, Dio per vendicarmi, Dio nel quale riponeva tutta la mia forza. Ebbene, io fidavo in te, in te che mi sfuggi, in te che solo il dovere forse, solo forse un sentimento di generosità, di pietà tiene ancora qui. E sono io, io la tua Regina che così ti parla, che così t’implora, colei che fece cader cento teste superbe, e che osò combattere sola contro il genio di Napoleone Bonaparte!

E nel dir ciò gli occhi di quella donna erano bagnati di lagrime, lagrime spremute dalla tempesta che le infuriava nel cuore, onde egli ne fu commosso pur non sentendosi di nulla colpevole.