Egli entrò, scuro in viso, pensoso, senza rispondere al grido di lei che intanto aveva chiuso le imposte della veranda.

— Che hai, che hai? — diceva lei stringendoglisi al petto. — Non hai atteso anche tu questa ora? Io, vedi, tutto dimentico, tutto... Non vo’ pensare a nulla adesso, a nulla, solo a te, solo a te dopo tanti lunghi giorni, dopo tante notti insonni!... Ma che hai?

— Ho paura — rispose lui che pareva incerto e tendeva le orecchie come per sorprendere il menomo rumore nel silenzio profondo della notte.

— Paura tu, paura tu! Ah, diceva il mio povero Nelson che non sapeva di che fosse fatta!

— Paura per voi, non per me!

— Per me?

— Silenzio — esclamò lui restando immobile. — Nel parco vi è della gente...

— Ma no, ma no, son tutti a letto, ora. Eppoi sei con me qui. Chi, chi oserebbe varcar la soglia di quella porta?

Egli si rassicurò, ma rimase pur sempre pensoso.

— Gli è che non mi ami, non mi ami più! — proruppe lei respingendolo. — Che sei venuto a far qui, che sei venuto a fare? Per schernirmi? Schernir me, me che mi sono abbeverata di sangue umano, me che ho fatto rotolar cento teste dal patibolo! Bada che il mio amore può mutarsi in odio, odio atroce! Tu mi credi impotente, tu mi credi tigre senza artigli, vipera senza denti; ma bada, bada...