E la folla, come se il pericolo che correva la Regina la disobbligasse dal cerimoniale, irruppe nella camera.

Carolina d’Austria si era lasciata cadere sulla poltrona. Ella oramai subiva la volontà di Alma, non essendo giunta in tempo per impedirle di mettere in atto il suo disegno, del quale non comprendeva lo scopo. Ma innanzi alla folla la sua indole imperiosa ed audace prese il sopravvento.

— Che volete, signori? Parmi che in questa pur regale dimora, il Re e la Regina abbiano perduto ogni loro prerogativa!

La folla rimase muta e perplessa: qualunque fossero i sentimenti di ciascuno, il fastigio regale poteva troppo sugli animi perchè non s’imponesse la riverenza.

Il duca di Fagnano si fece innanzi e nel rialzarsi dopo un profondo inchino disse:

— Maestà, fummo svegliati dal grido delle guardie che vegliano nella sicurezza del nostro Re e della nostra Regina, e le guardie non si sono ingannate, perchè ecco qui un uomo che deve dar conto dell’esser suo.

Intanto che diceva ciò, lieto in cuor suo di mettersi così in vista e sicuro quindi della riconoscenza di lord Bentinck, si chiedeva come mai la sua figliuola, che egli aveva chiuso a chiave nella sua stanza, fosse lì a quell’ora.

Riccardo a tali parole aveva fatto un passo innanzi ed era per rispondere, quando fu prevenuto da Alma.

— Padre mio — disse la giovinetta — quest’uomo è mio cugino, vostro nipote, figlio legittimo di vostro fratello primogenito Tommaso, duca di Fagnano.

Un mormorio di meraviglia si levò dalla folla: il padre di Alma, livido, sconvolto, guardava sua figlia con una espressione quasi di terrore, mentre la Regina che si era sollevata con gli occhi pregni di furore quasi per inveire contro la giovinetta, era ricaduta nella sua poltrona, come se le forze le fossero venute meno.