— Ecco il traditore — gridò in un punto, fermandosi innanzi a uno dei convenuti. — Impadronitevi di lui.
L’ordine fu eseguito appena dato.
— Un Inglese — esclamò il capo — un Inglese che ha osato introdursi fra noi per sorprendere i nostri segreti e svelarli ai carnefici del popolo siciliano! Già poco fa ho fatto giustizia di un’altra spia che seguiva la mia barca; ora ne scopro un’altra sin nelle nostre fila. Che il segreto dei fratelli di S. Paolo sia seppellito nei flutti col traditore!
Il colpevole non cercò nemmeno di difendersi: si lasciò avvincere ed imbavagliare, sopraffatto dal sentimento dell’irrevocabile che ne paralizzava l’anima e il corpo. Quattro uomini lo portarono verso il lido, e poco dopo si udì un tonfo nel mare; poi i quattro esecutori tornarono e silenziosamente ripresero il loro posto nel circolo.
— La necessità ci fa crudeli — disse con voce solenne e triste il capo dei congiurati. — Se i nostri statuti non ce ne facessero una legge, la nostra sicurezza e i sovrani destini della Patria ce lo imporrebbero. L’audacia dei nostri nemici mi spaventa: evidentemente sono state commesse delle imprudenze. Il Governo ha fatto giustiziare ieri sette dei nostri... no, non oso dire fratelli, quantunque il supplizio e il silenzio serbato sulla nostra istituzione li abbiano riabilitati. Invece di colpire, in nome della Patria oppressa, si erano arrogati il diritto di colpire per loro conto, per soddisfare ambizioni e odi privati: perciò non ho potuto sottrarli al giusto supplizio, che altrimenti avremmo dovuto noi punirli per avere infranto le leggi dei nostri statuti alle quali abbiamo giurato di sottometterci. Chi, sia pure per vendicare un padre, un fratello, si giova della nostra Associazione per colpire un suo nemico, è reo di morte. Tutto tutto sparir deve innanzi al sacro, al magnifico, al supremo dovere che ci siamo imposti di far libera e indipendente questa Sicilia adorata. Chi sperpera le sue energie per scopo personale, chi con azioni delittuose getta il discredito sulla nostra Associazione deve morire, come morir debbono coloro che ne volessero carpire i segreti. Però avendo essi col loro silenzio riscattato le colpe, v’invito o fratelli a pregare che la pace di Dio sia con le anime loro.
— Amen! — mormorarono in coro tutti gli astanti.
Per un pezzo quegli uomini tacquero, compresi da un sentimento superstizioso che faceva lor volgere mentalmente una preghiera pei defunti. Poi risuonò di nuovo la voce del capo:
— Ora che noi siamo sorvegliati, ora che il pericolo pende più grave e minaccioso sul nostro capo, soffrite che per ritemprare i vostri cuori al dovere ed alla speranza, io qui richiami l’origine e lo scopo, della nostra istituzione. L’antica Confraternita di S. Paolo, che hanno tanto calunniato, non aveva che un pensiero, che uno scopo: la indipendenza della nostra diletta Sicilia, isola sfortunata che aspirò sempre alla libertà e fu sempre serva or di questo, or di quello straniero. I nostri avi, affiliati alla Confraternita, se riparavano alle ingiustizie sociali, se castigavano i magistrati prevaricatori, gli oppressori potenti, se vendicavano gl’innocenti e i deboli, si è che intendevano fondare la felicità pubblica sulla felicità privata; ma non perdettero mai di vista il voto supremo dell’ordine e più volte furono sul punto di realizzarlo. Il fato volle altrimenti, e la nostra istituzione, logorata dal tempo, esausta da tanti sforzi e da tante crisi, era ridotta un’ombra che minacciava di svanire del tutto. Fu allora che per salvarla ebbi l’idea di trasformarla e ne feci una congregazione di nobili che serve ora di maschera e la missione pubblica e pietosa copre la missione patriottica e segreta. Fedeli agli esempi dei nostri padri, ciò che essi volevano noi vogliamo, procedendo per lo istesso scopo se non per la stessa via. Abbiamo già fatto molto; faremo di più ancora: Catania, Caltagirone, Mineo son già con noi: Messina e Palermo son piene dei nostri: manca però un capo supremo, ed io a voi che rappresentate tutte le città della nostra isola, ve ne proporrò fra breve uno intorno al quale raccoglierci per l’estremo conato.
Corse un mormorio di curiosità per gli astanti che finallora avevano ascoltato immobili e muti.
Il capo comprese che essi erano impazienti di una spiegazione, onde ripigliò a dire: