X.

Erano scorsi otto giorni.

Ferdinando IV non aveva mai preso tanto a cuore gli affari del suo regno quanto le nozze di Alma con Riccardo che il giorno appresso all’accaduto di quella sera in cui la figliuola del duca di Fagnano innanzi a tutta la Corte aveva confessato i suoi rapporti col cugino, era stato nominato conte di Rovito.

Il Re però aveva fatto venire innanzi a lui il vecchio duca, il quale dopo un colloquio con la figliuola si era mostrato propenso a riconoscere il nipote ed aveva assentito alle nozze che il Re voleva si celebrassero al più presto.

Grande era stato lo stupore in tutti per la cedevolezza del duca, di cui si sapevano le ambizioni e gli occulti maneggi per tenersi in grazia degl’Inglesi, e si sapeva anche come ei vagheggiasse di dar la figliuola in moglie ad un parente di lord Bentinck. Riconoscere così di un tratto per suo nipote un avventuriere in base a un documento che se anche autentico ben poteva essere attaccato di falso, pareva strano assai a quella gente, la quale non aveva tanta stima di lui da credere che ubbidisse alla voce del cuore e del rimorso.

Quale era stato dunque il movente, se bisognava escludere quello dell’onestà, che aveva indotto il padre di Alma ad accettare per genero un giovane che finallora aveva qualificato come un intrigante e se mai, come un bastardo di suo fratello?

Nessuno però sapeva quel che da poco aveva saputo il vecchio furbo: che il riconoscimento di Riccardo come figlio legittimo del vero duca di Fagnano era avvenuto in presenza di tutti gli ufficiali francesi del battaglione che aveva messo stanza nel castello; quindi la loro testimonianza avrebbe conferito maggior valore all’atto matrimoniale ed alla fede di battesimo da Alma consegnati al conte di Ferrantino, notaio della Corona; inoltre, ciò che ancora era da tutti ignorato, pochi giorni innanzi il Re Murat aveva promulgato un decreto d’amnistia per tutti gli emigrati napolitani, anche se avessero combattuto contro i Francesi, anche se avessero fatto parte delle bande brigantesche; e dava facoltà ad essi di tornare in patria ove avrebbero riavuti i beni confiscati appena dimostrati i loro diritti e a patto che facessero adesione al nuovo governo.

Ora il vecchio furbo che aveva visto venir meno tutti i suoi disegni e deluse tutte le sue ambizioni; che vedeva in pericolo l’ufficio affidatogli e le magre risorse che gliene venivano; il vecchio furbo che pensava con una stretta al cuore al suo castello divenuto una caserma, ai suoi boschi, alle sue terre, a tutte quelle sterminate ricchezze che facevano dei duchi di Fagnano i più cospicui signori del Regno, sentiva prepotente la nostalgia dei luoghi in cui era nato, in cui era vissuto nei piaceri.

Il matrimonio di sua figlia con suo nipote appianava tutti gli ostacoli, evitava una lite che avrebbe di certo perduto, gli ridava per dir così la legittimità del possesso; ed ecco che quel fortunato incidente si risolveva a suo vantaggio pur salvando la Regina da uno scandalo.

Nè l’eroica abnegazione della figlia nel dirsi rea di un fallo che macchiava indelebilmente l’onore del nome l’aveva punto turbato. Essa aveva salvato l’apparenza, ma non la sostanza; aveva impedito che il perfido tranello teso alla Regina avesse i rovinosi effetti che se ne ripromettevano i nemici di lei, ma nessuno, proprio nessuno aveva creduto alla nobile e generosa menzogna della fanciulla, sicchè non solo l’onore era salvo, ma l’eroismo della figliuola tornava a lode, ad alta lode del suo nome!