Il giovane taceva pensoso scrollando il capo talvolta, per rispondere al certo ad un suo pensiero non lieto!

Invero, delle tante avventure della sua vita, quella che verosimilmente sarebbe stata l’ultima, era la più grave, la più triste, pur avendo per una strana e perfida ironia del destino l’apparenza di un fausto evento.

Il Re non solo aveva riconosciuto i suoi diritti come duca di Fagnano, ma gli aveva conferito un altro titolo per toglierlo di imbarazzo innanzi a suo zio; non solo egli non aveva nulla da temere dagl’Inglesi che a lui e alla Regina avevan teso un tranello rovinoso, ma con la sua menzogna Alma aveva reso inevitabile un matrimonio che fino a pochi giorni innanzi pareva financo assurdo il sognarlo.

Da quella sera fatale suo zio l’aveva voluto con sè a Palermo ove lo avea presentato alla più alta nobiltà di Napoli e di Sicilia. In quelli otto giorni che aveva vissuto come in un vaneggiamento, avrebbe giurato che lui fosse un altro uomo; così diverso era il mondo nel quale viveva, così strani eran per lui quelli avvenimenti; e vedendosi in abito signorile che, costretto da suo zio, aveva vestito, in mezzo a gente nuova che lo trattava da pari a pari, sentendosi dare un titolo al quale non era usato, era tale la stupefazione che doveva guardarsi nello specchio per chiedere se fosse lui, proprio lui, il conte di Rovito, il fidanzato di Alma, e se fosse vero, se fosse vero che fra otto giorni, nella villa reale, innanzi al Re, innanzi alla Corte, al piè di un altare Alma gli avrebbe dato la mano di sposa!

Sposo di Alma, lui! E la Regina, la Regina della quale rivedeva l’immagina sconvolta dal dolore, dallo strazio, e di cui gli pareva d’udire i sordi gemiti; la Regina, vinta, umiliata, delusa anche in quell’ultimo affetto del suo cuore di donna; la Regina, mal sopportata dal marito, in odio ai figli, maledetta dalle tante vittime, e cui solo per atroce ironia restava un titolo regale, una parvenza di sovranità, la Regina si sarebbe rassegnata a vedersi anche da lui abbandonata, si sarebbe rassegnata a vederlo e a saperlo felice nella gioia di un amore che era stato l’unico e vero amore della sua vita?

E Alma, Alma, quantunque l’amasse, avrebbe, lei così fiera, lei così leale, accettato con tutte le conseguenze quelle nozze a cui era costretta dalla sua generosa menzogna? Avrebbe aperto le braccia all’amante della Regina, la quale in quella menzogna avrebbe visto non un’eroica abnegazione, ma un calcolo perfidamente ipocrita?

Eran questi i pensieri che volgeva nell’anima e che si confondevano in un torbido vaneggiamento, nel quale egli, per dir così, non sentiva più se stesso. Uomo di azione, solo in presenza del nemico, nell’imminenza del pericolo ritrovava la sua energia, ridiveniva l’audace capobanda; ma in tali contrasti d’affetti e di sentimenti, si smarriva, sentendosi come in un ginepraio dal quale non sapeva come liberarsi.

E perciò mentre il duca, sicuro di essere ascoltato, discorreva lasciandosi trasportare dal suo lieto umore, lieto perchè già vagheggiava un disegno che gli avrebbe ridato definitivamente la pace e il benessere, il giovane si teneva silenzioso, tutto immerso nel tristi pensieri che gli riddavano pel capo.

— Io sono stanco — continuava a dire il duca che gli era seduto vicino — stanco di questa vita così incerta, così faticosa, ed anche così poco onorevole. I veri padroni qui son gl’Inglesi. Ora stranieri per stranieri, padroni per padroni, valgono un pò più i Francesi. Non dico bene? E perciò ho pensato di avvalermi dell’amnistia e di ritrarmi con voialtri in Calabria.

Il giovane fece un gesto che parer poteva di consenso.