— Nei tuoi panni io... non mostrerei tanto interesse. Si sa, si sa che... Si sa tutto, insomma. Ammirerei la tua costanza se non fossi il padre di colei che fra poche ore sarà tua moglie!
— Io non l’abbandonerò — rispose lui con risoluto accento — io che forse se l’avessi vista sul trono innanzi a voi tutti in ginocchio mi sarei tenuto in disparte. Non l’abbandonerò finchè ella stessa non mi manderà via. Vostra figlia è troppo una nobile ed eletta creatura per non comprendere che il dovere, intendete? il solo dovere mi impone di non imitare i suoi cortigiani di un tempo. Come ella ha sacrificato il suo onore di fanciulla, come ella per stornare poi il pericolo che sovrastava alla Sovrana osò con una eroica menzogna rendere necessario un matrimonio al quale il mio e il suo cuore anelavano, ma che la fatalità aveva reso impossibile, così io debbo fare al dovere olocausto del mio cuore. Io non varcherò la soglia della camera nuziale: farei oltraggio a me stesso...
— Come? — gridò sbalordito il duca. — Ho compreso bene quel che hai detto?
— Sì: la vostra meraviglia, il vostro sdegno attestano che l’avete ben compreso, quantunque vi sembri strano e forsanco... forsanco...
— Cose da pazzi, cose da pazzi! — proruppe il duca — Mia figlia dunque non avrebbe voluto tali nozze che la sua menzogna ha reso necessarie? Ma che pasticcio è questo? Moglie senza marito, marito senza moglie, nozze senza... E tutto ciò per quella donna che ha portato il lutto, il disordine ovunque ha esercitato la sua infausta influenza!... E mia figlia, mia figlia...
— Vostra figlia è un angelo, vostra figlia è la più nobile e più eletta creatura... Voi, duca, non potete intenderne tutta l’angelica e insieme fiera natura. Io andrò ramingo, io dovrò forse a lungo lottare col mio destino, io forse morrò, ma l’ultimo mio sospiro sarà per quella santa creatura, al cui nome adorato raccomanderò l’anima mia.
— Io non ci capisco nulla, non ci capisco nulla! — borbottò il vecchio.
— Voi tornerete in Calabria — continuò il giovane. — I Francesi saranno ben lieti di accogliervi; il Re Gioacchino ama di rinconciliarsi con l’antica nobiltà napolitana. Io, anche se il dovere non mel vietasse, non verrei. Troppo il mio nome di guerra echeggiò per quei boschi, troppi Francesi caddero per mia mano: solo il tempo potrà attenuare la memoria delle mie imprese. Voi sarete umano con la povera gente che ha tanto sofferto, e che delle nostre passioni, delle nostre ambizioni ha sopportato tutte le orribili conseguenze. Un’altra cosa voglio da voi: che sulla tomba di famiglia ove fu seppellito il povero padre mio facciate elevare un ricordo marmoreo, in vostro nome, zio, in vostro nome!
Il duca apparve visibilmente turbato; il giovane non mostrò accorgersene e proseguì:
— Vi è un vecchio laggiù, spero non sia morto, Carmine, un brav’uomo che mi raccolse, che divise con me il suo scarso pane e che... è legato a me da tanti vincoli. Egli conobbe la madre mia e ne raccolse l’estremo sospiro; egli confortò l’agonia di mio padre. Se lo troverete ancor vivo, gli darete alloggio nel castello, non già come servo, no, come amico, intendete? come amico.