Quantunque dolce e quasi dimesso fosse l’accento del giovane, pure non pareva che volgesse una preghiera, ma che desse degli ordini. Era una dolcezza autorevole e recisa la sua, tanto che il vecchio ne subiva l’influenza.
— Sta bene — rispose — farò quel che vuoi.
— Non quel che voglio, quel che dobbiamo. Inoltre, vi ricordate, è vero? di una certa Geltrude, una vecchia mugnaia? Anche lei fu buona e pietosa con me. Lasciatele finchè campa il godimento del molino. È il meno che si possa fare per lei.
Il vecchio non pareva punto soddisfatto, ma non osava protestare. Capiva che il nepote gl’imponeva quella espiazione alle sue colpe: nobile espiazione che lo costringeva a soccorrere coloro che aveva perseguitato. Ciò riusciva ostico assai alla sua altezzosità, ma si ricordò in buon punto che non aveva il diritto di ribellarsi più, onde piegò il capo assentendo.
— E poi ci è un altro, un altro, che al certo vorrà godere dell’amnistia.
— Un altro?
— Sì, che mi salvò la vita più volte, che più volte rischiò la sua per me; un vecchio, che conservò per trent’anni l’atto matrimoniale che fa fede essere io nato da legittime nozze; un vecchio che mi amò più che figlio, al quale unicamente debbo oltre la vita, il mio stato attuale... Pietro il Toro.
— Quel brigante? — esclamò il duca che si conteneva a stenti.
— Sì — rispose il giovane il cui sguardo fiammeggiò di sdegno, pur continuando con accento dolce e tranquillo — sì, quel brigante, più leale più onesto, più fedele del più cospicuo signore di Napoli e di Palermo; un galantuomo a petto del quale molti duchi, conti, marchesi, son dei farabutti. Se egli dunque tornerà nel nostro paesello, voglio, intendete? voglio che lo si metta a capo dei nostri guardiani, che si alloggi nel castello, lo si provveda di cibo, di vesti, di fuoco, lo si tenga in conto di un amico, non di un servo. Mi avete ben compreso, mio caro zio?
— Sì, sì, ho compreso — rispose il duca stizzito.