— Non temete — disse con energico accento il cavalier Blasi — che questa mia precoce decrepitezza faccia ostacolo al mio assunto. Il corpo è disfatto dalle torture cui mi sottoposero sol perchè non volli cedere ad uno di essi la mia solfatara da cui traevo il pane quotidiano per me e per la mia famiglia, alla quale ora provvede la carità dei miei concittadini... Se dunque il corpo è disfatto, l’anima è ancor salda e dall’odio inestinguibile trae maggior vigore.
— Cavalier Blasi, sappiamo tutti quel che avete sofferto per la nostra causa, e il vostro passato ci è caparra certa per l’avvenire. Avete tutta la nostra confidenza.
— Sì, sì — disse a coro l’assemblea.
— Cavalier Blasi, preparatevi dunque a partire per Palermo dove riceverete le nostre istruzioni, coi mezzi e le cautele di cui avete il segreto.
— Prima di partire, però, ho un’accusa capitale da portare.
— Contro chi?
— Contro il marchese Artale, un rinnegato siciliano, commissario straordinario degl’Inglesi in Messina.
— Un traditore.
— Un carnefice dei suoi concittadini! A morte, a morte! — gridò l’assemblea.
— Per quelli che nol sanno dirò che appena giunse a Messina vi sparse il terrore: le lagrime scorsero nelle famiglie, il sangue nelle prigioni. Dietro i suoi ordini, per una parola, per un sospetto, per una denunzia anonima o per compiacere un Inglese, sia pure semplice soldato, si gittarono nelle prigioni centinaia di cittadini. E quali prigioni! Dei sotterranei in cui non si può stare nè in piedi nè seduti, in cui gl’infelici prigionieri carichi di catene sono dimenticati per settimane, per mesi interi, e appena lor si getta, di tanto in tanto, un pezzo di pane ammuffito! E sapete come vengono trattati? A nerbate e a bastonate i più docili; gli altri seviziati con l’applicar loro dei ferri roventi alle piante dei piedi e con lo strappar loro le unghie. Ed è un siciliano, un siciliano che ebbe ed accettò dagl’Inglesi tale missione di sangue e d’infamia!