— Cavalier Blasi — domandò con voce solenne il conte di Bucento — rispondete voi sulla vostra testa della verità dei fatti che avete denunciato?
— Giuro innanzi a voi e innanzi a Dio che ho detto la verità. Se ne dubitate ancora, guardate le mie carni che serbano le cicatrici delle ferite. Un mese in quei sotterranei mi ha invecchiato di quarant’anni. Se non soccombetti alle torture gli è perchè Dio mi serbava a portar testimonianza innanzi a voi. Ed è perciò che io, cavalier Blasi, domando a voi la morte di quel carnefice.
— Chi si oppone — disse il conte di Bucento voltosi agli astanti — esca dalle file e dica le ragioni.
Nessuno rispose.
— Torno a chiedere, secondo le nostre leggi, se vi è qualcuno fra di voi che si opponga alla condanna a morte del marchese Artale, accusato dal cavalier Blasi!
Dopo avere atteso un pezzo nel silenzio profondo, il capo che, secondo gli statuti, aveva l’obbligo di volger per tre volte la stessa dimanda ai fratelli, allorchè trattavasi d’infliggere una pena capitale, riprese con voce lenta:
— Sul vostro onore e sulla vostra coscienza siete convinti che il marchese Artale meriti per i suoi delitti e per la sua infamia la pena di morte?
— Sì — risposero gli astanti ad una voce.
— Io dunque, conte di Bucento e gran maestro della Confraternita di San Paolo, in virtù dei poteri che mi son conferiti ed in esecuzione della deliberazione presa ad unanimità, condanno a morte il marchese Artale, commissario straordinario in Messina, accusato di atrocità contro i nostri e suoi concittadini; e delego il fratello Accarditi di Catania e il fratello Lombardi di Siracusa di eseguire la condanna.
I due prescelti per l’autorità che lo statuto conferiva al presidente, si avanzarono.