— Noi siamo pronti — dissero.
— E benedette siano le vostre mani che dovranno punire un malvagio uomo ed uno scellerato cittadino. Tornate ora fra i vostri fratelli.
— Ci resta ora di sapere — disse una voce — chi sia l’uomo intorno al quale dovremo raccoglierci e quale sia il nome che dovrà rappresentare le nostre aspirazioni.
— Ferdinando IV, Re di Napoli e di Sicilia — rispose il capo dopo avere esitato alquanto.
Un mormorio di stupore si levò dal gruppo dei congiurati: il conte di Bucento ne comprese il significato e si affrettò a proseguire:
— Sì, Ferdinando IV, che può sorgere per difendere, mercè il nostro aiuto, i suoi diritti conculcati e vendicarsi delle umiliazioni che gl’Inglesi gli infliggono.
— Ferdinando IV è un codardo che fuggì da Napoli e che ora si è lasciato rinchiudere in una villa come in una prigione!
— Nol nego, ma egli sarà garante innanzi alle potenze d’Europa del governo che noi gl’imporremo. Non ci illudiamo: se giungessimo a scacciar gl’Inglesi e a proclamare la repubblica come molti di voi vorrebbero, avremmo contro tutti i re d’Europa, non escluso l’Imperatore dei Francesi; e se proclamassimo a re di Sicilia un principe straniero, desteremmo la gelosia degli altri Stati e forse non faremmo che mutar di padrone. La prudenza dunque c’impone quella bandiera che ha già in sè un diritto riconosciuto. Ferdinando IV è un codardo, voi dite, ma dietro a quell’uomo ci è una donna che ha osato e osa ancora tener testa ai Francesi.
— Carolina d’Austria! — esclamarono tutti vieppiù stupiti.
— Sì, Carolina d’Austria, la tigre assetata di sangue, la turpe amica di lady Hamilton, l’amante di Acton e di Caramanico: è questo che volete dire? E che importa? Purchè la spada ferisca il nemico non bisogna chiedere di qual ferro sia fatta. Carolina d’Austria è odiata a morte dagl’Inglesi: questo vi dica in qual conto di formidabile avversario essa sia tenuta. La Provvidenza talvolta si serve d’indegni istrumenti per far raggiungere un nobile fine. I maggiori rivoluzionari che proclamarono in Francia i diritti degli uomini non eran punto un fior fiore di virtù; i grandi conquistatori, i grandi legislatori, i geni ai quali l’umanità deve tanto del suo progresso, non furono immuni dei vizi più esecrandi.