— Ma accetterà essa le nostre idee? Sa essa che noi combattiamo per la libertà e l’indipendenza della Sicilia?
— Il proclama che il Re dovrà firmare l’ho scritto io: in esso sta detto che il principe non è che un depositario delle leggi e che l’unico e vero sovrano è il popolo. Se il Re firmerà un tal proclama, il nostro patto sarà conchiuso.
— Il Re lo firmerà per lacerarlo poi!
— E noi rovesceremo dal trono il fedifrago.
Intanto si bisbigliava, segno che i pareri eran discordi. Poi sorse una voce e disse:
— E quale altro appoggio porterà la Regina alla nostra impresa?
— Duemila Calabresi scelti fra i più bravi e i più provati alle armi, che ella manterrà a sue spese. Ma è già tardi e bisogna dividerci. Crede l’Assemblea che io possa, se il Re avrà firmato il proclama, stringere il patto in nome della nostra istituzione?
— Sì — risposero i convenuti.
Solo pochi rimasero silenziosi, pur non osando di opporsi alla maggioranza.
— Che ognuno ritorni alla sua casa. Col mezzo convenuto farò giungere le comunicazioni. Si lavori in silenzio: i loquaci e gli imprudenti saran puniti con la morte come i traditori. A rivederci, fratelli, e che Dio ci aiuti!