E baciò il giovane stringendo entrambi gli sposi al suo petto.

Alma varcò per la prima la soglia della camera: Riccardo la seguì e chiuse dietro a sè la porta.

Rimasero entrambi muti, immobili, mentre giungevano ad essi le voci dei convitati, ognuno dei quali si dirigeva verso il suo alloggio. Poi fu fatto silenzio.

La camera era blandamente illuminata da una lampada in un globo di alabastro che scendeva dal mezzo del soffitto; in fondo biancheggiava il talamo nuziale sormontato da un serico baldacchino.

— Ed ora, addio disse lei con voce soffocata ma ferma, additando al giovane l’uscio che aveva chiuso dietro a sè.

Egli impallidì a quel commiato. Mosse per uscire, poi, ubbidendo ad un impulso imperioso:

— No — disse — non così deve uscire l’uomo a cui testè avete giurato la fede di sposa.

— La Regina vi aspetta! — rispose lei con un amaro sorriso — Ho sentito tutto. Il vostro dovere v’impone di non farla attendere. Andate.

— Ascoltatemi, Alma — fece il giovane, nel cui viso si leggeva lo strazio dell’anima — ascoltatemi. Lo so che debbo andar via, lo so che questa atroce commedia che abbiamo recitato doveva aver per fine la muta, a tutti ignota tragica catastrofe dell’anima mia; lo so che mai non fummo così divisi, neanche allorchè noi due rappresentavamo gli estremi della vita sociale: voi tanto in alto, io tanto in basso che nemmeno con lo sguardo giunger potevo a voi; mai non fummo così divisi come siamo ora che innanzi a Dio e alla legge voi siete mia. Pure voi mi amate, lo so; io... non ho avuto dacchè il cuore ebbe palpiti, l’anima ebbe sospiri, la fantasia ebbe immagini, la mente ebbe idee, altro amore che per voi: nacque con me, crebbe con me, fu la mia religione, fu il mio sogno, fu il nutrimento continuo, perenne dell’anima mia. Lo portai meco nei boschi in cui, povero fanciullo, vagavo solitario e pensoso; lo portai meco nelle mischie, nelle fughe, negli agguati: mi sorrideva nei riposi inquieti, nelle notti vegliate col fucile in pugno e lo spettro della morte innanzi agli occhi: lo invocai quando, ferito, giacevo sotto un faggio, sicuro di non giungere al dimani; lo invocai chiedendo a Dio solo una grazia: che mi facesse morire, se dovevo morire, contemplando la vostra immagine. Quel po’ di bene che ho fatto mi era premiato dalla visione vostra radiosa e sorridente: il male che ho dovuto commettere era punito dalla visione vostra che si velava. E ciò senza alcuna speranza, e ciò come l’adorazione di una divinità alla quale si sa di non poter giungere, si sa che non potrà mai incontrarsi, da cui neanche lassù forse ci è dato di ottenere un sorriso od una parola. Voi passavate bella, felice, superba, come passa un raggio di sole che illumina tanto il rosaio quanto il roveto e che trae scintille tanto dal mare quanto dal putrido padule!

Ella, seduta su una poltrona su cui si era lasciata cadere, ascoltava immobile, con gli occhi fissi a sè dinanzi, rigido il corpo come l’anima straziata dalle parole del giovane, ma inflessibile.