Si diresse verso la porta che aprì. Ella lo aveva seguito e si teneva muta, immobile sulla soglia. I loro sguardi s’incontrarono. Vi son degli istanti in cui si decide dell’avvenire di un uomo. Era quello istante supremo della loro vita, del loro amore. In quello sguardo entrambi lessero la loro angoscia, la passione che li spingeva l’uno nelle braccia dell’altra. Egli comprese che era per soccombere, ella comprese che era per venir meno.

Il giovane fece uno sforzo disperato, varcò l’uscio, trasse la porta a sè e si trovò nelle tenebre dell’anticamera.

Intese che due braccia, due morbide braccia di donna lo prendevano alla vita, un cuore che batteva sul suo, un respiro affannoso che gli bruciava il volto ed una voce anelante che gli diceva sommesso.

— Siete entrambi due nobili creature. Vieni, vieni, vedrai che saprò esser degna dell’immane sacrificio!

Era la Regina che lo costringeva a seguirla attraverso le buie sale. Egli si lasciava condurre, risoluto a dichiarare tutta l’anima sua. Già aveva segnato la via da percorrere ineluttabilmente, e l’occasione gli si offriva per dare il primo passo.

La Regina aprì la porta della sua camera.

— Vieni — gli disse con voce esultante — vieni!

Egli esitò per un istante, poi seguì la Regina che sedette su un divano.

— Nobile cuore! — mormorò, guardando il giovane che si teneva dritto, immobile a lei dinanzi.

— Vedi — disse dopo un istante di silenzio Carolina d’Austria — vedi fino a qual punto mi sono umiliata io, io che ho sangue di venti imperatori nelle vene. Ebbene che importa, che importa la mia rovina se in fondo all’abisso in cui son caduta ho trovato due cuori come i vostri? Che importa? Ho assaporato anch’io, finalmente, la gioia, la pura gioia che dà il bene, che dà la fede, che dan le virtù, io, io, che non ho mai creduto al bene, che non ho mai creduto alla virtù, che non ho mai avuto fede, neanche in me stessa!