— Io avevo giurato! — rispose lui grave e solenne.
— Ed io ti sciolgo dal tuo giuramento. Va, se l’amore per colei che ormai porta il tuo nome, che è tua innanzi a Dio e agli uomini ti gonfia il cuore e ti fa maledire la fede che devi a me come donna e come Regina.
Egli sorrise amaramente.
— Che io vegga Vostra Maestà felice, che io la vegga nel fulgore del trono, formidabile di potenza su quel trono che Dio le ha dato, allora soltanto m’intenderò sciolto dal giuramento prestato. So bene che molta parte di me non mi appartiene; che la mia lealtà come m’impone di dar la vita pel servizio della Maestà Vostra, m’impone di serbar la mia fede di sposo alla giovinetta che si è data a me sol per confondere ed abbattere i nemici di Vostra Maestà. So che voi partite, o Regina, sola, voi la Sovrana di tutto un popolo. Ordinate a che ora bisogna che mi tenga pronto, perchè io vi seguirò.
— Mi seguirai? — disse lei che aveva ascoltato ora sfavillante di gioia, ora abbuiandosi in viso.
— Sì, sì, questo è il mio dovere.
— Quale sarebbe dunque il mio? — mormorò la Regina che contemplava pensosa il giovane fiero e bello, il quale era pur sempre il servo devoto ma che, ben lo comprendeva, non era più l’amante. Qual dunque sarebbe il mio dovere? Morire!
EPILOGO.
Erano trascorsi due anni dagli avvenimenti che abbiamo narrato.
Il castello di Fagnano era silenzioso e triste. Chiuse le finestre, chiusa la gran porta; solo la postierla socchiusa era indizio che qualcuno lo abitava. Le circostanti campagne erano anch’esse silenziose in quel bellissimo giorno di maggio. Chi le avesse viste al tempo del brigantaggio contro i Francesi non le avrebbe riconosciute. I contadini eran tornati tranquilli ai loro lavori, e il paesello in fondo, pressochè deserto durante il giorno, spirava un’aria di pace profonda e di raccoglimento.