— Siedi, via — disse Carmine che togliendo la bottiglia dalle mani di Geltrude aveva riempito i bicchieri — siedi e bevi.
— Alla tua salute, Carmine.
— Alla tua Geltrude.
Bevettero entrambi guardandosi negli occhi.
Tutta la storia triste e fortunata di quel popolo che sol da poco era tornato nella pace, si riassumeva in quei due vecchi che attraverso tante tragiche vicende per l’ambizione di pochi che aveva fatto scorrere fiumi di sangue, erano rimasti semplici e buoni.
— Dunque — disse Geltrude posando il bicchiere e forbendosi le labbra col grembiule — conta, ora. Nessuna nuova di lui?
— Nessuna! — rispose Carmine con un sospiro.
— E quella povera creatura?
— Un angelo, mia cara, un angelo. Sai l’ultima sua opera? In una stanza a pianterreno del castello ha fatto mettere delle seggiole, dei banchi con tavolinetti, e ogni giorno le povere mamme che debbono andare in campagna lasciano colà i loro figliuoli che finora erano costrette ad abbandonare per le vie; e quei marmocchi sono vigilati da una maestra che la contessa ha fatto venire da un paese molto lontano, ed hanno la merenda e il desinare.
— Toh, che cosa bella! — esclamò Geltrude che aveva sgranato gli occhi dalla meraviglia — Scommetto che nè a te nè a me sarebbe venuta una tale idea. E il duca, che fa il duca?