— Perchè il Re per far conservare al duca il suo titolo che sarebbe spettato a Riccardo, ha nominato questi conte di Rovito. Hai compreso ora? E la contessa non ha voluto rinunciare al nuovo titolo col quale oramai suo marito è conosciuto.
— Suo marito! Che la lascia sola, una stella di bellezza come quella creatura! Ci dev’essere una causa!
— Son cose che noi non possiamo intendere. Chi sa quale mistero in questa che pare a noi una cosa inesplicabile! La vita dei signori non scorre semplice come la nostra... Pochi giorni dopo il loro ritorno, io ricordo proprio come se fosse ora, me ne stavo accanto al fuoco a veder bollire la pentola con un po’ di minestra, quando venne un servo con la livrea del duca e mi disse che il suo padrone mi voleva al castello. Ah, dissi, ci siamo; ha saputo che fui io a raccogliere il figlio di suo fratello e chi sa, chi sa cosa vorrà da me! Andai però con l’animo tranquillo, perchè son finiti i tempi in cui ai signori era tutto permesso. Ora i Francesi han fatto la rivoluzione e siamo tutti uguali, tutti fratelli; è vero però che chi ha, mangia, e chi non ha muore di fame, e che chi è nato sparviero vola e chi è nato verme striscia! Ma infine si sta meglio adesso.
— Sicuro — esclamò Geltrude — specialmente dacchè non pago più il censo.
— Chi può dire quel che intesi — continuò Carmine — allorchè fui innanzi a quell’uomo di cui sapevo tutte le colpe, tutti i vizî, e che aveva fatto morire di dolore un angiolo di Dio e costretto il fratello a fuggire in Francia? Appena mi vide impallidì, come sopraffatto dai ricordi e dai rimorsi; ma dovette fare uno sforzo perchè mi disse con troppo ostentata bonomia perchè fosse sincera: So che avete reso di gran servigi a mio nipote che è ora anche mio genero, il conte di Rovito, il quale è adesso all’estero per una missione diplomatica; e perchè ho bisogno di gente onesta e fidata, così per ricompensarvi di ciò che faceste per lui vi prendo al mio servizio come fattore. Avrete il vitto, l’alloggio e dieci ducati al mese.
— Dieci ducati al mese? — gridò Geltrude. — Capperi, ma dunque devi aver da parte molti bei denari!
— Nulla, Geltrude mia, nulla: ho riscattato dai debiti il campicello questo sì... Ed ecco come entrai al servizio del duca; e, bisogna dire la verità, mi si tratta proprio come uno di famiglia.
— E la povera contessa?
— Non me ne parlare di quella santa e buona creatura che vive Dio sa in quale strazio senza che mai si lagni, mai!
— Ma come si spiega che Riccardo... lo chiamo così perchè, sai bene, l’abitudine... che Riccardo non le scrive neanche?