— Io non me lo spiego, ma la contessa, ma il duca debbono ben saperne il motivo. Io non me lo spiego, perchè tu pure sai con quale passione ha amato e son sicuro ama colei che ora gli è moglie. In quei tempi, quando non aveva nè nome, nè pane, nè vesti, non era soltanto una follìa, era quasi un delitto, un sacrilegio per lui, un oltraggio per lei l’osare di guardarla; pure il destino sapeva bene quel che faceva con ispirargli quell’amore! Poteva mai lui sognare soltanto che un giorno sarebbe divenuto lo sposo di quell’astro? Sarebbe lo stesso che io sognassi di divenir papa! Ebbene, l’inverosimile, l’impossibile è ora un fatto, una realtà. Che avrebbe dovuto far lui? Non dipartirsi un solo istante, un solo da quella divina creatura... Invece, invece se ne sta lontano, chissà in quali parti estere, e non si dà la cura neanche di scrivere una lettera! Che razza di mistero sia questo io non so!
— Neanche una lettera, mai?
— Mai, Geltrude mia. Io due volte la settimana vo’, come andrò fra poco, all’ufficio postale per prendere le lettere e i giornali del duca. Quasi sempre al mio ritorno trovo la contessa nello studio del padre, ed ora incomincio a sospettare che aspetti me, proprio me. E sai che fa appena mi vede? Figge gli occhi sulle lettere per leggerne l’indirizzo, le prende, essa per la prima, e la mano le trema e gli occhi le si inumidiscono. Poi dà le lettere e i giornali al padre e se ne va lentamente come un’afflitta, come una delusa, nelle sue stanze!
— Ma, dico — osservò Geltrude che era divenuta pensosa — non ci fosse sotto qualche... tanto, siamo a quattr’occhi, mi spingo a dirlo... qualche torto di lei, del quale egli si sia accorto?
Carmine non la lasciò proseguire: diede un pugno sul tavolo che fece cadere la bottiglia, sì che il vino si versò pel pavimento.
— Ah lingua maledica — gridò — lingua infernale, se osi aggiungere un’altra parola ti caccerò con un pugno i due o tre denti che ti son rimasti.
— Ma che ho detto, infine? Si vede che la vecchiaia ti ha rimbambito. Ci sono torti e torti, e io non intendevo parlare di quello a cui l’anima tua, che pensa sempre al male, forse allude. Del resto, hai fatto spargere tutto il vino, e questo è sì buon: augurio, perchè quando si sparge del vino mentre si parla di una persona...
— Basta, basta... Ma ho fatto tardi e debbo andar via...
— No, no, non andrai via se non mi dici qualcosa di Pietro il Toro. Povero vecchio, così allegro un tempo, così disposto a tutto, a chiacchierare come a menar le mani...
— Pietro il Toro è il protetto della duchessa, la quale s’intrattiene spesso con lui, anzi più con lui che con me: però non ne sono punto geloso. Si vede che la contessa l’ha conosciuto in Sicilia. Non ti ho detto che lui custodiva l’atto matrimoniale del duca defunto, che lo custodì per trent’anni dopo averlo strappato al parroco? Ma di quel che accadde in Sicilia non dice mai nulla e invano ho cercato di fargli vuotare il sacco. Se avessi visto in che stato era ridotto quando giunse qui! Aveva attraversato lo stretto di Messina in una barca di pescatori, poi, povero vecchio, era venuto qui a piedi. Io lo incontrai e appena appena lo riconobbi; era lacero nelle vesti, disfatto, e non aveva mangiato da più giorni. Volli che mi seguisse al castello e fu a caso che ne parlai al duca, mentre la contessa era presente. Si suol dire che il silenzio è d’oro, ma in certi casi la parola, la parola è assai più dell’oro. Appena la contessa sentì fare il nome di Pietro il Toro, essa che quasi sempre è assorta nei suoi pensieri ed indifferente a tutto, si alzò accesa in volto, come se quel nome le avesse fatto sussultare il cuore, e mi disse poi: fa che venga qui, presto, presto, buon Carmine. Anche il duca pareva che conoscesse Pietro il Toro, ma non era così esultante come la contessa; pure non mostrava punto dispiacere. Ci volle del bello e del buono per indurre Pietro a salire le scale del castello; ma quando fu alla presenza della contessa, questa gli corse incontro e gli stese le mani, che Pietro, il quale è stato pur sempre rozzo e del tutto ignaro di certe convenienze baciò più volte commosso come non l’aveva visto mai. E quale non fu la sorpresa mia quando proprio il duca, lui, il quale al certo doveva sapere che era stato Pietro il Toro ad estorcere al parroco l’atto matrimoniale onde Riccardo ha potuto provare la sua legittimità, gli disse: Ti abbiamo fatto cercare per mare e per terra inutilmente; però ho sempre sperato che tornassi, perciò ti ho serbato il posto in casa mia: tu sarai il capo dei guardiani: farò le pratiche col governo e tu godrai dell’amnistia concessa a tutti. Non ti pare, cara Geltrude, che il duca avesse ricevuto l’imbeccata da qualcuno? E da chi, se non da Riccardo? Altrimenti come così di botto metteva Pietro il Toro a capo dei guardiani?