— Pare anche a me! — rispose Geltrude con una certa aria di sufficienza. — E che rispose Pietro, che rispose?
— Che rispose? Pareva più di quel mondo che di questo, tanto era confuso.
— Ma non è più quel di prima!
— Eh, credo che anche lui abbia un qualche dolore nel cuore, del quale ho creduto d’intravedere qualche cosa. Ricordi tu quella giovane donna che venne qui con Riccardo travestita da frate questuante? Devi sapere che quella era famosa, si chiamava Vittoria e uccideva un uomo come io bevo un bicchiere di vino. Ora io un giorno domandai a Pietro il Toro che ne fosse avvenuto di Vittoria e sai che mi rispose? Quella poveretta è volata al cielo! Ed aveva le lagrime agli occhi nel dir ciò. Ma non disse nulla di più, e poichè mi accorsi che alle mie domande si faceva sempre più scuro in viso, non volli dispiacergli più oltre.
Carmine si era alzato per andar via, ma Geltrude sperando di riuscire a trattenerlo ancora un pezzo, rimase seduta.
— Insomma, scusa il paragone, tu al castello ti trovi come l’asino in mezzo ai suoni! A me basterebbe poche ore per dipanar coteste matasse. Tu non sei stato mai troppo furbo; un buon uomo, questo sì, ma nulla più. E siedi ancora un poco...
— Ma che, ma che! Mi hai fatto chiacchierare per più di un’ora e non ti basta? Un’altra volta mi fermerò per un pezzo. Debbo andare e tornare coi giornali che il duca aspetta con grande ansia perchè pare si maturino di grandi cose a danno dei Francesi e tutti i re sono congiurati contro l’Imperatore.
— Va, va; verrò a farti io una visita al castello. Giusto domani è domenica, chiuderò il molino e... vorrò vedere. Mi basterà un’occhiata per capire tutto. Non ti nascondo che son capace di non dormire stanotte. Perchè ci è un mistero, un mistero ci è...
Carmine alzò le spalle ed uscì accompagnato da Geltrude.
Aveva inforcato la cavalcatura e si era già allontanato allorchè la vecchia gli gridò: