Era tornata nella sua cameretta, l’istessa in cui aveva trascorso tanti anni della prima giovinezza, e si era lasciata cadere sul lettuccio. La mano le corse ad una collana d’oro e di gemme che in quei due anni aveva portata sempre al collo, la staccò e si diede a baciarla mentre calde lagrime le scorrevano giù per le gote.

Era la collana d’oro che quando ancora era una fanciulletta aveva perduto e le era stata restituita da un misero contadinello.

Quel misero contadinello era suo cugino; quel misero contadinello divenir doveva lo sposo dell’anima sua!

Tristi, tristi nozze erano state quelle! Che cosa non avrebbe dato lei, che cosa non avrebbe dato lui perchè il loro amore fosse santificato da Dio, fosse legittimato dagli uomini? E ciò il destino aveva loro concesso facendo del loro connubio un’opera di salvezza; l’aveva concesso per dividerli, li aveva uniti onde una morisse per l’altro, inesorabilmente.

Erano due anni, due lunghi anni che nessuna nuova di Riccardo era giunta a lei. Pure essa sentiva che Riccardo viveva, sentiva che egli era col pensiero a lei, come lei era col pensiero a lui. Sentiva che sarebbe tornato, ma intanto scorrevano i giorni, scorrevano le torride ed insonni notti, ed invano, invano ella vagava col pensiero in cerca di lui. Dove, dove fissarsi con l’anima anelante? In quale plaga, sotto qual cielo, e donde, donde veniva l’anima di lui che ella sentiva perenne intorno a sè?

Talvolta era turbata da un’idea; non era stata troppo severa lei nel volere la separazione dopo le nozze? Non era stata troppo severa nel fargli una colpa dei rapporti con la Regina contratti in tempi in cui se ella era amata, non aveva di un solo sorriso incoraggiato Riccardo in quell’amore? Col sacrificare il suo pudore di donna alla salvezza della Sovrana, non aveva lei rotto quei rapporti, divenuti incresciosi a colui che era adesso suo marito? Perchè aveva voluto spingere l’eroismo a tal segno, deludendo forse la volontà del destino?

In quei due anni aveva acquistato maggior coscienza della vita e aveva compreso che la sua severità non era in fondo che gelosia, gelosia della quale aveva incominciato a sentire confusamente un tal quale rimorso.

Gl’impeti del sangue giovanile nulla toglievano all’amore che come una religione Riccardo custodiva per lei. Varcando la soglia della camera nuziale, se sgombra di ogni altro sentimento egli avesse avuto l’anima amante, se integra fosse stata la dedizione a lei, il suo bacio di vergine gli avrebbe ridato una verginità. Rotto ogni rapporto, con la Regina, nessuna traccia ne sarebbe rimasta in lui e la felicità sarebbe stata profonda e sconfinata come il loro amore.

Ma un tal pensiero era combattuto da un sentimento che non riesciva a dominare, da una visione che la faceva rabbrividire: lui fra le braccia di quella donna!

Meglio, meglio quel dolore sordo, continuo, che una felicità interrotta da tale orrida visione! Poteva così amarlo, poteva così abbandonarsi all’immagine sua con la sola dedizione dell’anima; potevano i loro spiriti congiungersi per lo spazio immenso, puri da ogni terrena passione!