Ella sorrise a Pietro, rispose con un cenno della testa al saluto dei guardiani e si diresse verso la chiesetta. Vestita di nero, con un nero velo sulla gran massa aurata dei capelli: il sole del tramonto l’avvolgeva come in un nimbo di rosa, ed ella passava raccolta in sè, con l’incedere stanco di chi vive nella tristezza.

I guardiani la seguivano con l’aria severa di chi sente in sè riflesso il prestigio della casa a cui appartiene. I contadini che tornavano dal lavoro dei campi si fermavano per togliersi il cappello e per seguire con gli occhi la giovinetta, le cui opere pietose avevano conferito come un’aureola alla sua delicata e soave leggiadria.

In quel punto dal campanile della chiesetta squillarono i rintocchi che chiamavano i poveri villici alla preghiera della sera. Uscivano dai tuguri le contadine che avevano deposte le ceste, le fascine portate dalla campagna. Il giorno appresso era festa, quindi potevano indugiare quella sera ad andare a letto, potevano raccogliersi in comune nella preghiera.

Esse erano ben liete e quasi orgogliose di avere a compagna la figlia del loro signore che era stata l’amica della Regina. Era un conforto per esse, povere creature che non avevano mai conosciuto la felicità, il vedere, il sentire che quella giovane donna, che portava un gran nome, che possedeva una grande ricchezza, che era bella come un angelo del buon Dio, pregava come un’afflitta a piè dell’altare la Madre degli afflitti. Ci erano dunque dei dolori profondi oltre a quelli che esse soffrivano per la loro miseria?

Ed erano indotte da quella comunione di tristezza alla rassegnazione. Tutti dunque soffrono quaggiù, anche coloro cui la fortuna fu prodiga di ogni suo dono? In ginocchio, col capo sul petto, nella penombra di quella povera chiesa con un semplice e disadorno altare in fondo, con un crocifisso in alto, sopra una immagine della Madonna, innanzi alla quale ardevano due candele, esse dimenticavano la distanza del grado e della nascita, e si sentivano accomunate con quella figlia di uno dei più cospicui signori del Regno nella muta preghiera che si elevava a Dio dalle loro anime addolorate.

La chiesetta era già affollata quando Alma entrò. Tutti si fecero da parte per darle il passo. Attraversando la navata, andò ad inginocchiarsi innanzi alla lapide che chiudeva la tomba dei duchi di Fagnano, ove avevano sepolto anche la madre sua, e si diede a pregare fervidamente, mentre si elevavano tristi e solenni le voci dei fedeli che cantavano le litanie.

I guardiani si erano arrestati nel fondo. Solo Pietro aveva seguito la giovinetta ed appoggiato a uno dei pilastri si teneva immobile. Portava, è vero, sul petto l’immagine della Madonna del Carmine, ma reputava bastevole il baciarla devotamente allorchè la sera metteva il capo sul guanciale. Tutte le altre pratiche convenivano bensì alle donne ma non agli uomini; perciò se ne stava pressochè indifferente, non perdendo di vista, come un buon cane di guardia, la sua padrona.

Veramente, come tutte le anime rozze ed incolte sentiva profondamente la fede in un essere superiore che considerava come il padrone di tutti, anche dei suoi padroni. Ma la lunga vita passata nei boschi l’avevano disavvezzo dalle pratiche religiose che non avevano molta importanza per lui.

Certo non si divertiva, anzi era così seccato talvolta della monotona cantilena delle contadine che volontieri le avrebbe spazzate via. Ma era troppo compreso del suo dovere per osar di mostrare la noia che gli faceva metter sovente la mano alla bocca per nascondere gli sbadigli.

Fu appunto in uno di questi momenti che volgendo in giro gli occhi vide l’ombra di un uomo al par di lui appoggiato ad un pilastro e che al par di lui si teneva immobile. Per quel che poteva intravedere confusamente, non era punto un contadino. Chi era dunque? Lui conosceva tutti del paesello e non aveva bisogno di vederli in viso. Il viso di quell’ombra gli era nascosto, ma a giudicare dall’atteggiamento pareva che tenesse gli occhi addosso ad Alma da cui era discosto solo di pochi passi.