Ella era rientrata nella sua camera col cervello sconvolto, col cuore in tumulto. Non avrebbe saputo ben ridire quel che aveva inteso alla notizia che tutto ad un tratto le aveva dato suo padre. Ci era del dolore, ma ci era anche una vaga gioia, una vaga speranza; certo l’ostacolo maggiore al ritorno di lui era tolto!
Ella però aveva inteso rimorso di un tal pensiero, rimorso di aver pensato a lui prima che alla povera morta; ma indarno si rimproverava ciò che a lei pareva durezza di cuore: non sapeva far tacere l’intima voce che le parlava di sperare!
Come abbiamo detto, Alma in quei due anni aveva inteso quasi un sordo pentimento della sua severità verso l’uomo al quale il destino l’aveva unita con un nodo indissolubile. Accusava se stessa di aver sacrificato alla sua superbia la felicità sua e dell’uomo che l’amava.
A quale vita si era condannata e a quale vita aveva condannato colui al quale aveva giurato innanzi a Dio di appartenere con tutto il suo corpo e con tutta l’anima sua! Ella aveva impedito che prendesse possesso di ciò che gli spettava per legittimo diritto! Quel castello era suo, ed ella ne godeva, ella che lo aveva scacciato dalla camera nuziale! Ella continuava l’opera nefasta di suo padre a danno del figlio di colui che suo padre aveva costretto ad andar ramingo!
Quanto più nobile, più generoso era stato lui che era andato via rinunciando a tutti i suoi diritti! E se non le aveva dato in quei due anni notizia di sè, era segno che voleva umiliarla con la sua alterezza, che sdegnava di aver rapporti anche amichevoli con la donna che lo aveva scacciato!
Si era seduta sulla dormeuse a piè del suo letticciuolo e vi si era abbandonata come stanca.
— Vostra Eccellenza ha suonato? — chiese una delle cameriere entrando.
Ella, scossa da quella voce, alzò il capo.
— No — disse — anzi poichè è già tardi, potete andare a letto.
La cameriera salutò ed uscì.