— Tu sei qui, sei qui! — mormorò lei piegandosi su lui. — Che m’importa del resto?

— No, devi saper tutto: devi ripigliarmi come se tu meco avessi vissuto questi due anni, devi sapermi tuo, sentirmi tuo come fui sempre anche quando osavo alzar gli occhi per adorarti come il lurido bruco adora il sole che lo riscalda. Sai tu che quella povera donna che era nata come un astro si è spenta come un tizzo fra le ceneri, spenta forse dal veleno propinatole da coloro che ne temevano l’indomita energia, lo spirito impetuoso ed audace, la volontà inflessibile, spenta così di un tratto mentre i monarchi di Europa, caduto il gran soldato che li aveva divelti dai troni, discutevano del nuovo assetto da dare agli Stati ed ella difendeva il suo, tentando di rivendicare i propri diritti? Sola contro tutti fino agli ultimi istanti, sola contro tutti anche morendo, affermando anche morendo la vastità e la profondità di un genio reso infecondo dalle debolezze muliebri! In quei due anni ella fu la sovrana per me, unicamente la sovrana. Da quella notte in cui la mia vita fu legata alla tua innanzi a Dio e innanzi agli uomini, ella che non aveva potuto vincere gli altri, vinse se stessa e trovò l’oblio dei suoi disinganni di donna nella sua missione di regina e di madre che difende per sè e per i suoi figli i diritti che Dio le aveva concesso.

Alma, che a poco a poco si era ridestata alla realtà che pur le pareva un sogno, trasalì a queste parole: dal profondo del cuore le salì sulle labbra un sospiro di gioia ineffabile. Le sue mani strinsero convulsamente quelle del giovane nel mentre lo fissava con le pupille ebbre di felicità attraverso il velo delle lagrime.

No, non mentiva, ne era sicura: egli era stato suo sempre col cuore, suo sempre col pensiero fin da quando, fanciullo ancora, ella era per lui un’irraggiungibile deità, e in quei due anni era stato suo in tutto se stesso! No, non mentiva per pietà di lei, non mentiva perchè gli si abbandonasse. Sarebbe bastato un cenno della mano perchè egli andasse via per non tornare mai più!

Di quanta gioia profonda le sfolgorava il viso, di che gioia profonda le balenavano le pupille!

— Parla, parla — gli susurrò piegando il capo sull’omero di lui — parla, amor mio!

Egli diede un grido: prese fra le braccia quel corpo morbido e caldo: con un gemito di amore convulso, quasi folle, cercò con la bocca la bocca di lei.

— No — gli disse lei piano, pure abbandonandosi — parla, dimmi tutto... Già tutto mi hai detto col dirmi che fosti sempre mio. Parla: è una musica celeste la tua parola. Poi ti dirò quanto ho sofferto, come ti ho atteso, come ti ho invocato. Parla: io sento con la tua voce penetrare nella mia l’anima tua. Che dolce e buona cosa è la vita! Non è questo l’istesso mondo, non è vero? tanto triste, tanto triste in cui ho vissuto finora! È un’altra terra, un altro cielo... Come è dolce il vivere così, come è dolce!

— E dunque — rispose lui facendo uno sforzo per dominarsi, ma essendo sicuro ora, sicuro che ella era sua, che ella gli si dava, che ogni fibra di quel corpo che stringeva fra le braccia era vibrante di passione — e dunque perchè parlare più oltre di quel mondo nel quale soffrimmo, soffrimmo per meritar questa ora di cui ciascuno istante è una gioia sovrumana? Basti il dirti che io fui il messaggero della Regina, che vedevo soltanto nei giorni di udienza. Ella mi affidava i più delicati incarichi, le più arrischiate imprese. Viaggiai molto, conobbi molta gente, ma l’anima mia era qui, dove tu mi aspettavi.

— Non una parola di te, di te per due anni, non una parola, ed io morivo lentamente cercando invano l’anima tua!