La sera a cena, mentre i camerieri e gli altri familiari erano intorno alla sua mensa, finse di essere indisposta, e per tempo seguita dalla sua lettrice, si ritirò nella stanza da letto. Nel mezzo della notte, Alma che non aveva potuto prender sonno nella camera attigua a quella della Regina, intese che essa si alzava. Quando entrò nella camera vide che era bell’e vestita.

— Le tenebre sono fonde, il luogo deserto — le disse, impensierita di ciò che ella credeva un capriccio dell’augusta donna. — Vostra Maestà si espone chi sa a quali pericoli!

La Regina scrollò le spalle.

— Il pericolo è uno — rispose — quello di essere spiata da quei maledetti Inglesi... Ascolta! Non ti pare che il silenzio delle tenebre sia stato rotto da un fischio?

— No, Maestà.

— Senti, un altro fischio. È questo il segnale che mi si attende... Per tutti dunque io sono a letto con una fiera emicrania, ed ho proibito che si entri in camera mia.

— Sta bene — rispose la giovinetta.

La Regina tolse dal comodino presso il letto, due piccole pistole, da parer quasi due gingilli, e le nascose nell’ampia saccoccia della veste. Si avvolse in un mantello di cui calò sulla fronte il cappuccio ed uscì.

— Ella stanca il buon Dio con le sue imprudenze e coi suoi capricci! — disse Alma nel tornare a letto.

Nessuno il mattino si accorse che la Regina non era nella torre. Si sapeva che ella ritiravasi in quella dimora quando aveva bisogno di un po’ di solitudine e di raccoglimento, e l’averla vista la sera innanzi indisposta precludeva l’adito ad ogni sospetto. Solo Giovanni, il vecchio negro che era da trent’anni al servizio di lei, avrebbe potuto svelare il segreto; ma Giovanni aveva una cieca devozione per la sua Regina e non avrebbe parlato neanche se l’avessero sottoposto alle più atroci torture.