Quanti terribili segreti non sapeva Giovanni, il vecchio negro, della sua Sovrana! ma non una parola gli era mai uscita dalle grosse labbra che mormoravano perennemente i versetti del Corano.
Per tutta la giornata Alma aveva avuto il contegno di chi debba accudire ad una ammalata: dava degli ordini ai servi e agli staffieri in nome della Regina; entrava nella camera di lei e ne usciva come per attendere a questa o a quella cura del suo ufficio onde nessuno dubitò menomamente che la Regina non fosse a letto indisposta.
Ma uno dei casi previsti accadde: era passato di poco il mezzogiorno quando un servo corse a dire alla giovinetta che il duca di Fagnano era allora allora giunto in carrozza, seguito da alcuni armigeri e che entrato nella torre aveva fatto chiedere della figliuola.
— Mio padre, mio padre! — esclamò Alma cui il piacere di quella visita era attenuata dall’imbarazzo per dover nascondere l’assenza della Regina.
— Dite a mio padre che lo prego di aspettarmi — disse, dopo un istante di esitanza — di aspettarmi alcuni istanti, onde ottenga da Sua Maestà il permesso di allontanarmi.
Entrò nella camera della Sovrana per dar tempo al servo di avvisare il padre. Era seco stessa in collera per dover così fingere e così mentire, lei, anima schietta e leale che pur in mezzo agl’intrighi, alle avventure ed anche ai capricci e ai vizi della sua regale signora era rimasta semplice e pura, quasi l’anima sua fosse altrove e nulla intendesse, nulla vedesse di quel che le accadeva intorno; non pertanto subiva il fascino di quella donna e confessava a se stessa che quasi suo malgrado l’amava e si sentiva disposta a qualunque sacrifizio. Se aveva delle colpe, con quanti dolori non le aveva scontate, con quante umiliazioni non aveva scontato il suo orgoglio; e se aveva talvolta ecceduto nella vendetta, ben mortali erano state le offese che ne avevano ferito e rincrudito l’anima! La natura energica, avventata, estrema così nel male come nel bene della Regina; lo spirito ardente e dominatore, l’indole irrequieta che non sapeva acconciarsi alla vita inerte ed inutile cui l’avevano condannata, esercitavano per ragione di contrasto un gran fascino su Alma, così mite, così raccolta in se stessa che amava di obliarsi, nelle ore in cui il suo ufficio la lasciava libera, nei vaghi sogni dell’anima sua senza chiedere alla vita un perchè ed all’avvenire una felicità da raggiungere. Sola e trascurata in mezzo a quelle aspre lotte politiche, a quell’urto di passioni e di ambizioni, viveva si può dire come in un intontimento di tutto l’esser suo.
E come spesso le avveniva, si era immersa nei suoi pensieri, e in essi si era obliata quando udì venire dalle altre stanze la voce del padre. Assai angusta era la dimora in cui la Regina amava di racchiudersi e quindi maggior cautela occorreva per nascondere l’assenza della regal donna, perciò Alma si trasse con uno sforzo dai suoi pensieri, uscì dalla camera, ne chiuse a chiave la porta e si diresse verso quella in cui il padre l’aspettava.
— E Sua Maestà? — le chiese il duca dopo averla baciata in fronte. — Mi han detto che è indisposta.
— Sì, padre mio — rispose lei che per dissimulare il suo imbarazzo si era rivolta al servo che si teneva ritto presso la porta, per dirgli:
— Sua Maestà dorme: avvertite i servi che non facciano rumore.