— Mio zio? Vostro fratello dunque?
— Fratello, sì, non lo nego, pel sangue; ma egli ha rotto ogni legame con me fin da quando per le sue perverse opinioni e per le sue azioni malvagie si rese indegno della nostra famiglia. Un discendente dei duchi di Fagnano, che ha del sangue regale nelle vene, far comunella coi peggiori scellerati, congiurar contro i troni e contro la nostra sacrosanta Religione! Ah, che la vergogna m’inonda la faccia ai rossore! Quel mio... ebbene, sì, quel mio fratello, non contento di aver dato l’anima all’Inferno praticando le più orrende stregonerie, si bruttava di tutti i vizi, sedusse una donna dalla quale dicesi abbia avuto un figlio, un bastardo, capace di ogni nefanda azione. Ma di più non ti dirò per non affliggerti. Vedi dunque a che son ridotto io, unico e solo duca di Fagnano: vedi a che mi ha ridotto la fedeltà al mio Re e l’averlo seguito qui; che se io fossi rimasto in Calabria e avessi fatto adesione al Governo francese, quel... quel mio fratello non avrebbe avuto la tracotanza di tornare là donde una sentenza della gran Corte Criminale lo aveva scacciato!
Si era alzato e misurava la stanza a gran passi in preda alla collera che gli aveva acceso il volto.
— Padre mio — disse lei per calmarlo — è pur sempre vostro fratello!
— Che fratello, che fratello! Infine chi ne soffrirà il maggior danno sarai tu, mia cara, ed ero venuto appunto per parlarti di un certo mio disegno...
— Che disegno? — chiese lei guardando il padre tra curiosa e impensierita.
Il duca facendo forza a se stesso, aveva ripreso il suo consueto aspetto. Tornò a sedersi vicino alla figliuola e le disse guardandosi intorno:
— Possiamo discorrere sicuri di non essere uditi?
— Ma sì...
— E di non essere interrotti?