— Dimmi un po’ quanti anni hai?
— Ventidue credo.
— A ventidue anni tua madre, quella santa e pia creatura che mi è morta...
E il duca s’interruppe per alzar gli occhi al soffitto della stanza. Poi continuò:
— Tua madre dunque a ventidue anni era già sposa da tre anni e aveva una figlia, l’unico frutto del nostro amore.
— Ebbene?
— Ebbene, tu sei già una vecchia zitellona in questo paese in cui le donne vanno a marito a dodici anni. Bisogna dunque far le cose alla svelta. Io ho già bell’e pronto un buon partito per te e... per me: lord Arturo Chilson, capitano di vascello della Real Marina britannica e cugino... ascolta bene... e cugino di lord Bentink che è il vero signore e padrone della Sicilia.
Ella era divenuta scarlatta in viso; si sentiva soffocare dall’orgasmo in cui l’avevan messa le parole del padre. Con gli occhi chini, anelante, non poteva profferir motto.
— Tu comprendi tutti, tutti i vantaggi — continuò il duca che attribuiva il silenzio e il visibile orgasmo della giovinetta all’orgoglio lusingato che però il pudore facea dissimulare — di un tal matrimonio? Tu sarai tra le più belle, più ricche, più potenti signore di Palermo, cugina nientemeno del vero Re di Sicilia, ed io... già io purchè ti vegga felice, altro non bramo. Lord Arturo Chilson non si può dire un giovanotto di primo pelo, ha di qualche anno varcato la cinquantina, non è certo un Adone, ma in compenso è alle porte per esser nominato contro ammiraglio, è ricco a milioni ed è molto amato e stimato dal suo re. Ma tu devi ricordartelo: ti fu presentato a Palermo nel palchetto della Regina, e da quella sera, mi han detto, egli vagheggia di farti sua moglie.
— Sì — rispose Alma che si era riavuta — sì, lo ricordo bene, un omaccione rozzo, arrogante, che quella sera era ubbriaco come il più maleducato dei suoi marinai, e bestemmiava in inglese credendo che nessuno capisse la sua lingua.