— Accompagnate il signor duca fino alla sua carrozza.
— A rivederci da qui a quindici giorni, figlia mia — ripetè il duca salutandola con la mano.
Alma lo vide discendere la scaletta della torre che metteva alla porta principale, e continuò per un pezzo a tenersi immobile, pallida in viso e con gli occhi fisi a sè dinanzi. Infine si scosse e lentamente si avviò verso la camera della Regina. Ivi giunta si lasciò cadere su una ampia poltrona presso l’aperta finestra.
Il giorno già declinava: il sole infuocato scendeva sul mare in un nimbo di nubi purpuree; sul mare calmo e di un azzurro cupo guizzavano le fiamme del sole che tingevano di un sanguigno chiarore le vette dei colli.
Non un viandante pei sentieri, non un contadino pei campi, e nella solitudine profonda il silenzio di quel tramonto di autunno.
Ella poggiò i gomiti sul davanzale della finestra e stette un buon tratto perduta nella contemplazione. Da prima il suo pensiero era fatto di mille pensieri senza che potesse affissarsi in uno: le parole del padre erano state la pietra che si getta nel padule, erano state il soffio del vento che sconvolge le acque del lago fino allora stagnanti. Il cinismo di quel vecchio non le riusciva nuovo, che ella, per quanto si fosse mantenuta affatto estranea agl’intrighi dei cortigiani, ne sapeva le ipocrisie e le perversità; e se suo padre era al par degli altri ipocrita e perverso, non era al certo peggiore. La Regina si era spesso rammaricata con lei delle sue disillusioni; nessuna sorpresa dunque aveva in lei prodotto il linguaggio del padre, il quale fin da quando i Sovrani erano stati esiliati da Palermo si era tenuto lontano da essi, temendo di cadere in sospetto degl’Inglesi.
Ma ciò che ne aveva turbato profondamente l’anima era stato il linguaggio che le aveva tenuto, sul suo avvenire e l’oscena e vile proposta di quel matrimonio, che l’aveva costretta a ripiegarsi sul suo cuore, ad interrogarsi, a penetrare attraverso la nebbia che aveva fin’allora avvolto i suoi sentimenti. Perocchè, nelle parole di suo padre ci era pure un fondo di verità, ci era pure un esatto apprezzamento della condizione di lei. Invero, quale ne sarebbe stato l’avvenire se avesse dovuto lasciare il servizio della Regina? Avrebbe dovuto rinunciare ai suoi sogni ed accettare la triste, nauseosa realtà della vita, dandosi ad un uomo che avesse avuto la vernice di un titolo e di una ricchezza, e che ella non avrebbe amato, da cui non sarebbe stata amata?
Aveva vissuto fino alla sua età di ventidue anni permanentemente in un sogno, ciò che l’aveva fatta del tutto estranea, agl’intrighi che vedeva svolgersi a lei d’intorno. Tra la folla di cortigiani in cui aveva vissuto, ella così soavemente leggiadra, se pure era stata fatta segno alle galanti premure dei giovani signori, o non li aveva visti, o non li aveva curati; e se anche per poco lo sguardo e il sorriso di un uomo erano giunti ad interessarla, aveva visto in breve ora dileguarsi quello interessamento, non le restando che un senso increscioso di meraviglia come ella avesse potuto anche per un istante accogliere nell’animo suo il pensiero di quel sorriso e di quello sguardo! Era giunta a credere quel che gli altri credevano di lei, che fosse del tutto all’amore insensibile, come la Regina più volte le aveva ripetuto. E si era così ostinata in tal pensiero da non saper comprendere come una donna potesse darsi in piena balìa d’un uomo e sottoporsi ad un connubio nel quale l’anima non avesse parte.
A tal pensiero rabbrividiva; l’anima si ritraeva sgomenta come innanzi ad una mostruosità oscena. Era quella la realtà della vita, ben lo comprendeva, ma comprendeva anche che non si sarebbe mai acconciata ad una tale realtà e la respingeva con ribrezzo da sè, pur vedendo che era da tutte le ragazze della sua età e della sua condizione accettata con entusiasmo.
Ma era del tutto sgombra l’anima sua da ogni aspirazione? Ma nei suoi sogni, per quanto vaghi, nessuna immagine di uomo ne turbava la serenità del cuore e dello spirito?