Si era alzata e, incapace a muoversi, a chieder soccorso, stava con gli occhi fisi, sbarrati, sulla botola aperta per la quale scendeva la scaletta.
— Un uomo, un uomo! — balbettò vedendo uscir fuori dalla botola una testa coperta da un cappello calabrese.
Col viso sconvolto dal terrore, con la mano nei capelli fissava quella testa della quale ancora non vedeva il viso. Infine l’uomo dovette alzare il capo perchè ella ne vide gli occhi, due occhi neri e scintillanti, che la fissavano immobili come se anche quell’uomo fosse colpito da stupore e non sapesse risolversi nè a discendere nè a salire.
— Il fuggitivo, il fuggitivo! — gridò lei con voce soffocata ricordando le parole dell’ufficiale.
Si rincorò per una istintiva persuasione che non avesse nulla da temere da quell’uomo che aveva difeso le donne perseguitate dagl’Inglesi. Vincendo la paura, facendosi sostegno della mano alla spalliera del lettuccio sentendo tremar le ginocchia:
— Chi è? — chiese con voce tremante.
L’uomo salì due gradini in modo che ella potè vederlo tutto dalla cintola in su. Sogno, allucinazione, realtà? Quell’uomo lo riconosceva: quel viso, quegli occhi, quell’aspetto li aveva già visti altre volte; li vedeva spesso nei suoi ricordi, nei suoi sogni. Sapeva il nome di quell’uomo... Come era lì, come era lì, mentre da tanto tempo non ne aveva più nuove?
— Oh! — disse infine quell’uomo — se è questa una visione che debba dileguare... Se è questo un miraggio... che io sappia se son folle...
Ella aveva ripreso possesso di sè. Pure, se lo spavento era cessato, era sopraggiunto un imbarazzo, una perplessità che le produceva come un intontimento. Comprendeva che avrebbe dovuto rassicurarlo, che toccava a lei far cessare quella incertezza per entrambi convulsa.
— Salite, signore — gli disse con calma ben simulata.