— Compresi che ero perduto. Per ben due volte mi avevano raggiunto e per ben due volte avevo potuto liberarmi dalle loro mani.
— Ferendone parecchi e uccidendone qualcuno.
— Ho il cappello bucato da due palle — rispose lui per iscusarsi — e una ferita al braccio di un colpo di daga... Ma poichè eran cresciuti di numero, se mi avessero agguantato la terza volta sarebbe stata inutile ogni resistenza. Non so chi mi abbia ispirato di dirigermi verso questa torre che io, nuovo affatto di questi luoghi, credevo disabitata; solo quando fui vicino mi accorsi che la porta era custodita da un negro. Girai la torre e vidi una finestrina. Con un salto fui sul davanzale, poi mi lasciai andar giù e caddi in un sotterraneo presso un mucchio di legna nel quale mi nascosi. Dopo un’ora circa sentii un calpestio. Era un tale che si avvicinò alla finestra per la quale mi ero salvato, ne sbarrò le imposte, e assicurò con una catena che chiuse a chiave onde non potesse aprirsi neanche dal di dentro... Ed io compresi che se non ero prigioniero degl’Inglesi, ero, a loro insaputa, prigioniero degli abitanti di questa torre, perchè non avrei potuto, come ne avevo fatto il disegno, riaprire la finestra appena fosse alta la notte, per andar via.
— Per andar dove? — chiese lei.
Ma si pentì di aver fatto una tale domanda che tradiva il suo interessamento.
— Per presentarmi — rispose il giovane — a Sua Maestà la Regina alla quale avevo data la mia parola d’onore di raggiungerla in Sicilia, se mai i Francesi non mi avessero ucciso.
Lo strano era questo, che anche la giovinetta si faceva una colpa del suo interessamento, mentre si rimproverava quel colloquio e la compiacenza che ne sentiva come sconveniente; mentre cedendo al suo interessamento anelava di sapere quali dolorose vicende il giovine avesse subito prima di giungere in Sicilia pur non osando chiederglielo, Riccardo si sentiva punto ed offeso delle parole e dal contegno di lei; offeso in quel culto, in quella religione che custodiva da tanti anni nel cuore per quella nobile giovinetta che era sua cugina, ma per la quale lui era pur sempre un misero avventuriero nato e cresciuto fra i servi della gleba.
E tale si proponeva di rimanere, chè per nulla al mondo l’avrebbe umiliata, per nulla al mondo avrebbe voluto darle un dolore. Ma non per questo egli doveva far credere che pitoccasse cosa alcuna; anzi per quanto più profondo sentiva nell’animo suo l’amore per quella giovinetta che si proponeva di non lasciar mai trapelare, tanto più vivo era in lui il desiderio che ella non lo tenesse in conto di un volgare intrigante.
Pure non si era ancora riavuto dalla emozione di quel così strano incontro. Ah, se ella sapesse per quali legami era avvinto a lei, se ella sapesse qual sangue le scorresse nelle vene, a qual nome e a qual titolo avesse diritto, come vieppiù fatale le sarebbe parso quell’incontro che li aveva messi a fronte per la prima volta nella loro vita, mentre finallora appena appena due o tre volte avevano scambiato qualche parola!
Alle parole del giovane Alma si era alzata, non sapendo ella stessa a qual sentimento ubbidisse. In questo dalla riva giunse loro un fischio che li fece trasalire.