— Tu non m’inganni — gridò — tu non m’inganni? Bada, i più audaci, anche i miei più fieri nemici han tentato di colpirmi a morte, ma non dì prendersi giuoco di me...

— Vostra Maestà sa bene — rispose Alma senza punto scomporsi — che il mio orgoglio non mi ha permesso di abusar mai della dimestichezza che mi concesse la mia Sovrana. I duchi di Fagnano sanno per lunga consuetudine come si parli a chi Dio fece nascere sul trono.

— Dunque è vero, dunque è vero! — proruppe la Regina sfavillante di una gioia convulsa. — Perdonami, perdonami... Gli è che non sai qual bisogno io ho di un cuore devoto come il suo, da non creder vero che il destino mi abbia concesso finalmente tanta fortuna. Dov’è dunque, dov’è?

— Nella stanza della torre per la quale passa la scala a chiocciola che sale alla piattaforma. Perchè i servi non vi entrassero ne ho chiusa a chiave la porta. Ecco la chiave.

La Regina tuttora convulsa prese la chiave ed era per uscire dalla camera, ma comprendendo che la sua dignità regale ne sarebbe compromessa si fermò, e porgendo la chiave alla giovinetta le disse assumendo un contegno grave quale a lei conveniva:

— Poichè ha chiesto un’udienza, va a dirgli che gliela concedo e che l’aspetto.

Ella non stese la mano per riprendere la chiave e disse facendo un inchino:

— Che Vostra Maestà mi perdoni, ma non mi reggo in piedi e le chiedo il permesso di ritirarmi nella mia camera.

Quelle due donne si guardavano e l’una ben lesse nel cuore dell’altra. La Regina pallida, accigliata, come colpita da un sospetto che le si era conficcato come una spina nel cuore; Alma fiera, ma tranquilla in vista e col viso improntato a risolutezza che dava una espressione del tutto nuova alla sua leggiadria.

— Andate — le disse la Regina con le labbra tremanti per la collera e per la puntura di quel sospetto.