Questo nome l’aveva fatta sussultare, che le ricordava la grande umiliazione subita nel saper chiuso nel forte di Vincennes colui che era andato in Francia latore di una lettera per Napoleone. Era dunque curiosa di sapere che le dovesse dire l’ufficiale francese che si era fatto annunziare col nome di colonnello Elbéne.

— Sedete — disse la Regina allorchè il colonnello, che si era profondamente inchinato appena giunto sul limitare della sala, aveva fatto alcuni passi innanzi. — Entriamo senz’altro in argomento. Che cosa dovete dirmi in nome di Bonaparte?

— Bonaparte? — rispose il colonnello con un fine sorriso. — Non conosciamo nessuno in Francia che porti questo nome. Vostra Maestà intende parlare certo dell’Imperatore Napoleone. Bonaparte è morto il 28 fiorile anno XII...

— Dite, dite colonnello; non facciamo questione di parole.

Il colonnello si inclinò, poi riprese:

— Io non sono e non posso essere che un messaggero verbale: le cose che dovrò dire sono troppo importanti per potersi, senza pericolo, affidare alla carta. Il mio imprigionamento a Messina prova abbastanza di quali precauzioni gli Inglesi sappiano circondarsi.

— Comprendo. Ditemi intanto se Bo... se l’Imperatore continua ancora a chiamarmi Fredegonda.

— Giusto, egli mi ha incaricato di chiedere se ancora Vostra Maestà lo chiama il tiranno côrso.

— Ciò dipende — disse la Regina sorridendo per l’arguta risposta del colonnello — dal modo come si condurrà con me.

— In tal caso Vostra Maestà per ragioni di gratitudine lo chiamerà il nuovo Carlomagno.