— Ma come conciliare le vostre parole con le sue azioni? Se avesse prestato orecchio alle mie proposte non sarei ridotta in tanta misera condizione e da tempo la Sicilia sarebbe stata purgata degl’Inglesi. Invece, che ha fatto il vostro Imperatore? Spedisco in Francia un ufficiale della Marina, un mio uomo di confidenza e il maresciallo Marmont, al quale prima si dirige, lo manda al vostro ministro di polizia, Rovigo, Savary, che so io... i vostri alti funzionari hanno tanti nomi oggi che è impossibile distinguerli. Il mio uomo di confidenza espone l’oggetto della sua missione ma invece di esser presentato a Napoleone vien gettato in un carcere ove ancora è rinchiuso. Ed è così che Bonaparte mi dà prova delle sue buone intenzioni!

— Ma il vero, l’unico colpevole, mi permetto di far osservare alla Maestà Vostra — rispose il colonnello — fu il suo uomo di confidenza, che ricorse agl’intermediari invece di presentarsi all’Imperatore, come io mi sono presentato a Vostra Maestà. L’Imperatore non dice ai suoi ministri e neanche ai suoi più intimi che ciò che gli garba far loro sapere e qualunque negoziato che passa pel loro tramite prima di giungere a lui è un negoziato venuto meno, perchè egli non soffre che si sappiano prima di lui i segreti di Stato. Del resto, la sua posizione era oltremodo delicata: l’Imperatore non poteva innanzi al pubblico trattare coi nemici della Francia; e dico pubblico perchè egli è del parere dell’adagio: «Qualunque segreto posseduto da più di due, non è più un segreto» e già il vostro emissario lo aveva svelato al maresciallo Marmont, duca di Rovigo, e chi sa a quanti altri. Vostra Maestà comprenderà dunque che l’imprigionamento dell’emissario era imposto dalla ragione di Stato. Tali sono le spiegazioni che l’Imperatore mi ha ingiunto di dare a Vostra Maestà, desiderando egli sinceramente che giungano a scusarlo.

— Tali spiegazioni sono più facili a darsi che ad accogliersi, pure le terrò per buone soltanto se le mie proposte avranno un buon risultato.

— Non debbo nascondere a Vostra Maestà che da principio l’Imperatore aveva delle prevenzioni contro... contro...

— Contro di me! — gridò lei sollevandosi in tutta la persona, superba, sdegnosa, con la maestà della sua stirpe imperiale e della quasi ieratica sua natura. — Ed io dunque, la figlia di Maria Teresa, io sovrana per diritto divino non ho dovuto lottare e a lungo meco stessa prima di rassegnarmi ad un tal passo di me indegno e che avviliva la mia corona e la mia porpora regale? Pure ho ceduto alla necessità imperiosa della ragion di Stato, immolando la mia dignità di regina scacciata dalla prepotenza dal suo trono, i miei odi di sorella a cui la vostra gente crudelmente e vigliaccamente ha ucciso una sorella, ai supremi interessi del popolo e del regno che Dio, intendetemi bene, che Dio affidò al mio governo. Dissi a me stessa che un uomo, qualunque fosse, chiamato non importa come, a sì alti destini, non poteva che essere uno strumento della Provvidenza, la quale senza dubbio ha i suoi arcani intenti allorchè li fa sorgere in certe epoche, e a lui mi rivolsi per espiare con la mia umiltà le mie colpe, delle quali ora gli uomini mi accusano, per le quali mi avrebbero esaltata se il potere fosse tornato nelle mie mani!

Anelava come sconvolta dall’ira e dall’orgasmo, stupendamente bella di orgoglio e di dolore.

— Si calmi. Maestà — le disse rispettosamente il colonnello. — L’Imperatore l’ammira e s’interessa vivamente per lei, tanto più...

— Tanto più che vagheggia un certo disegno il quale se riuscisse mi farebbe zia di colui che mi cacciò da Napoli...

— Lei stessa l’ha detto, Maestà; la Provvidenza ha degli arcani intenti!

— Nè io voglio forzarle la mano. Perdonerò a Napoleone le sue irrisoluzioni, le sue lentezze, se riparerà il male che poteva impedire. Poichè mi ha precipitato dal trono, il meno che possa fare è di aiutarmi ad ascendervi di nuovo.