— Gl’Inglesi.
— Murat corrisponde con gl’inglesi?
— Con Bentink istesso.
— Ma Bentink non sa nulla.
— Ecco l’inganno, Regina. Bentink sa tutto. Un tal Romeo, confidente di Vostra Maestà, vendeva agl’Inglesi i segreti che Lei gli confidava.
La Regina era rimasta immobile, colpita da tali parole.
— L’infamia, il tradimento — mormorò, mordendosi a sangue le labbra — ovunque, lungo il mio cammino!... Ma — disse poi alzando il capo — stento a credere e a comprendere il perchè Bentink abbia avvertito Murat. Quale interesse a ciò lo induceva?
— Primieramente l’interesse di nuocere a Vostra Maestà, di deludere le speranze e di attraversarne i disegni. Purchè gl’Inglesi siano padroni della Sicilia, non importa che sia Gioacchino o Ferdinando il re di Napoli. La mia opinione è che se fossero chiamati a scegliere, sceglierebbero Gioacchino. Ciò si capisce. I Borboni hanno dei diritti incontrastabili sulla Sicilia. Murat non ne ha, onde gli assicurerebbero volentieri, non vedendo in lui un nemico, e gli garantirebbero il continente napolitano, alla condizione di lasciar loro il libero godimento dell’isola. Del resto, che essi facciano la corte a Murat e che lo mettano in guardia contro la Maestà Vostra poco importa, essendo Ella destinata a rientrare in Napoli non per la via tenebrosa delle cospirazioni, ma per quella in pieno sole della politica e dei trattati.
Tacquero entrambi per prepararsi ognuno dei due alla parte più importante del colloquio che non ancora era stata toccata.
Il colonnello ruppe pel primo il silenzio.