La Regina che si era finallora contenuta, diede libero sfogo alla gioia ed all’intima ebbrezza al pensiero della prossima vendetta, e vedendosi sola proruppe nella frase che le era abituale:

— Pesterò Bentinck in un mortaio e con lui tutti questi Inglesi maledetti!

Ripetiamo quel che già abbiamo detto in principio di questo capitolo: tutti i particolari di un tal colloquio sono autenticamente storici. Che Carolina e Napoleone giocassero a chi fosse il più furbo: che accomunando i loro interessi entrambi nutrissero in fondo al cuore il pensiero di gabbarsi dopo la riuscita dei loro disegni è probabile, ma è certo che frattanto camminavano di accordo sui sentieri dell’intrigo come provano le lettere intercalate, alcuna delle quali ci è venuto fatto di leggere.

La Regina rientrando nel gabinetto attiguo alla sua camera vide Alma seduta presso la finestra donde la vista spaziava per l’ampio mare. La giovinetta era così immersa nei suoi pensieri, i quali a giudicar dalla espressione del viso esser dovevano ben tristi, che non si accorse della Sovrana se non quando questa mettendole una mano sulla spalla le disse:

— A che pensi?

Alma si alzò di soprassalto e impallidendo come se temesse che la Regina le leggesse nel cuore:

— A nulla — rispose — a nulla!

— Non è venuto nessuno nella mia assenza, nessuno?

— Che io mi sappia, nessuno.

— Pure son tre giorni omai che egli è partito... Avrebbe dovuto far ritorno.