— Sicuro che sta bene, benissimo anzi. Ma parlami di te, di voi! Ah, credevo di non rivedervi più, di non incontrarvi più...
— Aspetta... dò gli ordini perchè i nostri amici ci seguano e poi faremo insieme la strada.
Il Ghiro ed il Magaro erano rimasti ben sorpresi nel sentir la voce di Pietro il Toro; quando questi si distaccò dal giovane fu salutato da vigorosi pugni che è il saluto più affettuoso dei contadini calabresi.
— Ah vecchio rimbambito, e perchè non ti sei svelato a noi? — gli dicevano i due, sinceramente lieti.
— Perchè, perchè? E che ne so io? Vi prego di non domandarmelo; lo saprete un giorno, domani anzi, perchè queste tenebre non dureranno a lungo. Ma intanto sbrighiamoci chè mi tarda di raggiunger capitan Riccardo. Chi lo avrebbe supposto nello sbarcare stamane? Non ci volevo credere quando mi dissero che anche lui era qui con noi e che bastò la sua presenza per ottenere di che non morir di fame!
Poco dopo il silenzio e l’ordine furono ristabiliti nei dodici avventurieri, che tennero dietro su per la via a capitan Riccardo e a Pietro il Toro.
Quando giunsero nel viale del parco dietro la villa, videro ferma dinanzi la porticina una lettiga rischiarata da due lanterne poste sulle stanghe del davanti. Giovanni il negro si avvicinò a Riccardo dicendogli:
— Sua Maestà è pronta.
— Siete sicuro dei lettighieri? — chiese Riccardo.
— Son due siciliani che Sua Maestà ha preso a proteggere — rispose il negro — perchè perseguitati dagl’Inglesi. Di essi si serve anche nelle sue furtive visite al Re.