— Di non indietreggiare — rispose Carolina d’Austria, che mal dissimulava l’ira, il dispetto per gl’inciampi che sorgevano ad ogni suo passo.
Egli aveva un aspetto rispettoso, ma severo, chè troppo gli rimordeva il ricordo dell’abbandono al fascino di quella donna! Da una parte, quantunque non vedesse Alma che si teneva in fondo alla lettiga, comprendeva che ella esser doveva sdegnata con lui, dall’altra il suo dovere gl’imponeva d’essere calmo e padrone di sè.
— Fo osservare a Vostra Maestà — rispose — che una prudente ritirata torna ad onore di un valente capitano. Se gl’Inglesi ci assalgono, poichè sono in gran numero, vana sarebbe ogni nostra resistenza, anche eroica.
— Non sono io la Regina di Napoli e di Sicilia? — proruppe lei. — Che osino, che osino di contendermi apertamente il passo...
— Non l’oseranno, ne son sicuro, ma Vostra Maestà non potrà presentarsi ai Calabresi qui venuti per liberarla scortata da una compagnia di soldati inglesi!
Riccardo aveva detto queste parole con voce ferma e sicura. La Regina, per quanto a malincuore, si convinse che il giovane aveva ragione.
— Ordinate dunque — disse con accento d’irosa sommissione e di angosciosa ironia — ordinate. Foste voi a volere che io imprendessi un tal viaggio, che mi esponessi a un tal pericolo!
Il giovane fu colpito al cuore da tali parole: l’anima sua fiera e generosa si ribellò.
— Fo osservare umilmente alla Maestà Vostra — rispose con voce calma e lenta — che se Ella rischia di essere umiliata, io rischio di essere fucilato e con me tutti quei poveri diavoli che son venuti qui dietro il mio invito.
Non aveva finito di dir ciò che ne fu pentito: la Regina si era fatta pallida in viso, si mordeva le labbra per frenare il dolore, mentre gli occhi le si gonfiavano di lacrime. Egli comprese d’essere stato crudele, di essere stato se non ingiusto, ingeneroso.