Hò risaputo da piu persone, molto attristarvi & esser maninconica sopra modo per esser rimasta dalla infirmità che l'altro anno vi sopragiunse, alquanto zoppa: certamente io non vi veggo cagione alcuna perche ne rimagnate si dolente. De molti leggo che zoppi furono, ne perciò sono di fama men chiara & honorata. Fu zoppo l'Epiteto philosopho Gieropolitano, ne perciò rimase d'esser gratissimo a gli huomini & alli Dei. Cocle & Philippo Re de Macedoni, non sol non si dolsero dell'esser fatti zoppi, ma sell'arrecarono a gloria. Zoppa fu Lambda di Corinto & pur eternamente vive nelle dotte carte di Erodoto si che consolatevi & datevi pace, Iddio ringratiando che non vi ha fatto ne ballarina, ne corriera, ne lottatrice dove l'esser zoppo disconviene: state lieta, & amatemi, perche io amo singolarmente voi. Da Farfengo alli XII. d'Agosto.
LA CONTESSA AURELIA VERDELLA ALLA S. SULPITIA BIRAGA.
Non vi turbate piu che il fattor vostro, si sia partito da voi, che per questo il cielo non vi caderà su le spalle. L'è pur gran cosa la pusilanimità delle donne moderne; perche non possiamo far nulla, senza l'aiuto de gli huomini, & pur si puo far senza essi in molte cose; cosi si potesse senza la lor opra mantener l'humana schiatta; io per me ne sarei molto ben contenta tanto m'hò recato in odio questo sesso diabolico, prodotto da Dio per nostra eterna peste, per nostro continuo danno & per nostra perpetua rovina. Io m'hò deliberato di far mia vita con esso voi; quanto piu tosto havrò maritato le mie figliuole, con patto però, che mai salvo quanto la necessità ci astringerà ci lasciamo pratticar huomini per casa. Vi prometto la mia nuda fe, che vorrei piu tosto veder la faccia di Sathanasso che veder un'huomo. Siano benedette le Amazoni, sian benedetti Ceneo, Iphi, & Tiresia, che mutar il sesso mascolino in feminino, & gran bestia credo fusse quella Arestusa che di femina in maschio si rivolse, et questo fece quello istesso giorno che sposa haveva da essere. Non dubitate punto che se faremo la vita nostra insieme, che poco di mestieri non ci habbi da esser l'opra de gli huomini: governaremo noi i nostri poderi, & con maggior diligentia ch'essi non farebbono: lasciate pur andare me su per i mercati, & su per le fiere a far la fattoressa, che non hò paura che alcun m'inganni, sel fusse ben piu astuto di quel Pirrandro di cui fa Aristophane memoria; non ho paura che alcuno mi uccelli sel fusse ben piu versuto di Eucrate, di Cantharo Atheniese, di Phrinonda, di Hiperbolo, & di qualunque altro per astutia famoso. non temo che alcuno contra mia voglia mi ci faccia stare s'egli mutasse ben piu forme di Metra figliuola di Erisitone, piu di Acheloo, & piu di Periclimeno: sel ci sarà bisogno comprar de boi per arare le pianure nostre, non saperò io forse che debbano esser di membra pilosi, d'occhi negri & grandi, di corna similmente negri, d'orecchie compresse, di fronte larga, di narigi aperte, di grossa cervice & dal collo remota: di corpo grande & ben costolato, di larghe spalle & di buone natiche. non so io forse come s'habbino da governare le vacche? che i luoghi freddi le fanno smagrire, che bisogni pascerle mentre gravide sono, in luoghi verzuti & acquosi, due volte abbeverarle l'estate, & una sol volta l'inverno. far di mistieri per esser buone c'habbino i ventri grandi, le orecchie pilose, le guancie compresse, poca gamba, poca unghia, molta coda, & gli occhi ben aperti; se farà bisogno comprar de porci, non so io chel non bisogna che sieno ne lunghi, ne brievi, ma quadrati con l'orecchie longhe, & con le gambette curte. non so io che l'andar col capo obliquo è segno d'infirmità, & il mangiare ingordamente esser ottimo inditio? non so io che di sei mesi sono possenti a generare? Sel farà mestieri di comprar delle pecore, io le comprarò di lana molle et spessa, di corpo grande, & di humil gamba: non saperò io raffrenar la ferocità de montoni col perforargli le corna vicine a gli orecchi? sel bisognerà comprar delle capre, & governarle; si che non so forse i precetti di Columella, si che non so quel, che Varrone ne dica, & di qual forma esser debbano. Lasciate pur far a me, disponetevi voi di non ripigliar marito, & di sgombrar la casa d'huomini: lasciate Monsignor vostro figlio nella sua badia, & del resto non vi curate. Io farò venir dodici femine di Schiavonia grandi & grosse, che pareranno a vederle dodici Colossi, araranno, zapperanno, cucinaranno, vi prometto, che una di loro, & la piu debole, farà fattione per quattro huomini, m'havete inteso pensate a quanto v'ho scritto; & datemi risposta (il piu tosto) che possibil vi sia. Artemisia & Olinda mie obedientissime figliuole vi salutano. Di Rivoltela alli VII. di Luglio.
ISABETTA GONFALIERA ALLA S. CONTESSA COGNATA CARISSIMA.
Vostro marito, mio fratello (per quanto intendo) è ito a Roma per dar hormai qualche termine alla già incominciata lite; & voi di cuor troppo tenerella, non ve ne potete dar pace, & ve ne state sempre temendo, che gli uccelli dell'aria non vel rubbino come già pel passato ne rubbarno Ganimede. temete del continuo non vi sia inghiottito, ne mai per un momento d'hora, havete l'animo di timor voto & casso & che sarebbe poi quando piu non ci ritornasse et che li convenisse lasciar l'ossa fuor di Piacenza? sarebbe si gran cosa? non è forsi mai piu accaduto che uno naschi in un luogho & muoia nell'altro? Pithagora nacque in Samo, & morì in Metaponto. Marco Tullio nacque in Arpino, crebbe in Roma & spirò nel seno Gaietano. Sulmona generò Ovidio & Ponto il suffocò. Carthagine partorì Terentio, Roma l'instrusse, & Arcadia l'ha sepellito. Nacque Cirro in Persia & è poi morto in Scythia. A Catone dette Roma il principio, & Uttica il fine. Roma generò gli Scipioni & Spagna gli estinse. Havendo noi tutti a morire, non è meglio di morire ne piu famosi luoghi et dove maggior conto si tenga delle anime de trappassati? Io per me sel fusse in mia elettione non vorrei morir altrove che in Roma. Crederei incontanente per la santità de Romani Prelati et per l'innocentia & purità del sangue Romanesco di volarmene ratto, ratto in Paradiso. Crederei anchora di far piu gloriosa morte, morendo dove sepolti giacciono tanti virtuosi poeti. Quivi (se nol sapete) giaccion sepolti Horatio Pugliese, Ennio Calavrese: Statio di Narbona: Ausonio di Burdegallo. Duo Senechi con un Lucano Cordubesi. Qui giaccion l'ossa di Plauto d'Arpino, di Lucillo, di Arunco, di Pacuvio Brundusino, di Giuvenale d'Aquino, di Propertio d'Umbria, di Valerio d'Antio, di Catullo da Verona, di Varo di Cremona, di Gallo da Forli, di Actio da Pesaro, di Cassio da Parma, di Claudio da Firenze & di Persio da Volterra. Hor fra tante nobilissime ossa, non vi potrebbono anchora star l'ossa del Conte Oldrico, se cosi a Dio piacesse? deh state lieta, consolatevi: perche cosi facendo, consolarete me & siate certa che tosto tosto, con la vettoria in mano fara ritorno. Da Gazino.
ARMELINA PAVERA A M. LIVIA COCAIA.
Mi credo che voi vogliate che i figliuoli vostri imparino senza haver mai precettore: & dove vedeste voi per alcun tempo farsi mai tal cosa? Protagora huomo di si veloce ingegno hebbe per suo precettore Evablo. Seneca si docile fu discepolo di Socione M. Tullio di Molone. Talete fu discepolo di Anasimandro. Anasimene di Anasagora, Socrate di Antistene: & voi volete che i vostri figliuoli imparino senza haver chi lor insegni le buone lettere? Voi siete solita di dire, che i vostri figliuoli sono troppo belli, & che temete che da qualche mala conversatione corrotti non sieno. Certamente belli son essi: pur non credo che le vostre figlie avanzino ne Licori, ne Lesbia, ne Lavinia. similmente non credo che i vostri figli superino ne Leandro, la cui bellezza celebra Museo, ne Hippolito, ne Marato da Tibullo tanto lodato: hor questi pur indifferentemente con ogn'uno conversarono, ne mai biasmo alcuno ne riportarono: si che S. mia, uscite di questo sospetto & lasciate andare i maschi alle publiche scuole, & alle femmine procacciate di dotto & honesto precettore, non li lasciate consumare il tempo in otio, perche l'è troppo mal nemico de buoni ingegni: state sana. Di Piacenza alli XX. d'Aprile.
LAURA B. AVEROLDA ALLA S. DIANA BELASA NIPOTE CARISSIMA.
Io vi invio una fante, sufficiente in acconciarvi il capo più di Cipasi, fante di Corinna; della quale Ovidio in una sua Elegia cosi scrive. COMENDIS IN MILLE MODIS PERFECTA CAPILLIS COMERE, SED SOLAS DIGNA CYPASSI DEAS. Io ve la do per molto piu amorevole che non furono mai Carmione et Neera donzelle di Cleopatra. L'è piu sufficiente di Cibale fante di quel Similo lacui povertà descrive Virgilio nel Moreto. trattatela (vi prego) bene al vostro solito, & non facendo per voi, rimandatemela: perche ho mia sorella che me ne fa instanza grande per haverla: non altro, ve le bacio et me offero a vostri servigi prestissima come un baleno. Di casa alli VII. d'Aprile.