Recandosi al club Buckingham, si fermò da una fioraia ed inviò a Sibilla una bella cesta di narcisi, dai petali bianchi e dai pistilli simili agli occhi del fagiano.

Giunto al club, si recò direttamente alla biblioteca, ordinò al cameriere un bicchiere di citrato di soda, e chiese un libro di tossicologia.

Per la sua triste opera, il veleno era il mezzo migliore, assolutamente migliore. Nulla gli ripugnava più della violenza, e del resto era ben costretto a trovare, per uccidere lady Clem, un mezzo che non attirasse l'attenzione pubblica, poichè gli faceva orrore l'idea di diventare la curiosità del giorno in casa di lady Windermere, o di vedere il suo nome sui giornali, in pasto al pubblico.

Egli doveva, inoltre tener conto del padre e della madre di Sibilla, i quali, appartenendo ad un secolo puritano avrebbero potuto opporsi al matrimonio, in caso di scandalo; — per quanto egli fosse persuaso che se avesse fatto loro conoscere le causa della cosa, sarebbero stati i primi ad apprezzare la sua condotta.

Aveva dunque tutte le ragioni per decidersi in favore del veleno, sicuro negli effetti e scevro di rumore. Il veleno avrebbe agito senza bisogno di ricorrere ad atti brutali, per i quali, come la maggior parte degli inglesi, provava una profonda avversione.

Però non conosceva nulla della scienza dei veleni, e siccome il cameriere non sembrava capace di trovare nella biblioteca altro che la Guida di Ruff ed il Baily's Magazine, cercò egli stesso negli scaffali e finì per scoprire un'edizione della Farmacopea ed un esemplare della Toxicologia di Erskine, edita da Mathew Reid, presidente del Collegio reale dei medici ed uno dei più antichi membri del club Buckingham, dove era stato eletto per sbaglio, confuso con un altro candidato.

Lord Arturo rimase molto sconcertato dai termini tecnici impiegati nei due libri, e si pentì di non aver fatto maggiore attenzione alle lezioni di Oxford; ma finalmente nel secondo volume di Erskine, trovò una narrazione interessantissima e completa delle proprietà dell'acconito, scritta in modo semplice e chiaro.

Questo era proprio il veleno che gli abbisognava. I suoi effetti, diceva il libro, sono quasi immediati; non dà spasimi, e preso sotto forma di un globulo di gelatina, secondo il modo raccomandato da sir Matkew, non ha nulla di sgradevole.

Lord Arturo prese nota sul suo taccuino della dose necessaria per produrre la morte, ripose il volume nello scaffale, e risalì la via di S. Giacomo fino a Pestle e Humbey, la grande farmacia di Londra.

Pestle, che serviva sempre personalmente i suoi clienti dell'aristocrazia, rimase sorpreso alla richiesta del giovane, e molto deferentemente gli mormorò qualche parola sulla necessità di una ricetta medica. Ma appena lord Arturo gli ebbe spiegato che il veleno doveva servire per un grosso cane di Norvegia, del quale era costretto disfarsi, perchè mostrava sintomi d'idrofobia, parve pienamente soddisfatto e si congratulò col suo cliente della meravigliosa conoscenza ch'egli aveva della tossicologia.