Rimasto solo, stette in forse un momento, poi lasciò egli pure la piazza.

Capitolo III. Il nipote del vescovo di Fano.

Benedetto Varchi — nelle ultime pagine delle sue Istorie Fiorentine — narra per filo e per segno come, nell’anno precedente, il duca Pierluigi Farnese, recatosi a zonzo per le Romagne, in compagnia di Giulio da Piè-di-Luco e di Nicolò Orsini, conte di Pitigliano, perpetrasse il più nefando de’ misfatti su la persona di Cosimo Gheri da Pistoia, vescovo di Fano.

Chi ha scorso quelle pagine, conosce abbastanza lo abbominevole caso: chi no, meglio lo ignori.

Sappia unicamente che — per la vergogna del sanguinoso oltraggio patito — il giovine ed infelice prelato cadde sì gravemente infermo che — scorso un mese da quello — trovossi ridotto in fil di vita.

Non contava egli allora nessun altro congiunto fuori di un nipote, solo di un lustro a lui minore d’età.

Era questi l’unico figliuolo di una sua sorella sposatasi giovanissima ad un cittadino pistoiese, che dissidî di parte aveano tratto ad esulare e che, accasatosi da prima in Cortemaggiore, come operaio tipografo presso Benedetto Dolcibello da Carpi; rimasto vedovo, era passato col figlio a Busseto, dove morì nel 1535, mentr’era castellano e mastro di casa di que’ marchesi Pallavicino.

Suo cognato, che trovavasi in quel torno semplice vicario a Borgo San Sepolcro — saputone a pena la immatura fine — s’affrettò subito ad avvocarne presso di sè il figliuolo, che non toccava per anco i suoi sedici anni, e lo tenne poi sempre al suo fianco, servendogli, a un tempo, e da secondo padre e da fratello maggiore.

L’indole del giovane orfano era forse più che altro proclive agli esercizi del corpo ed alla vita militare; ma così sotto la tutela del padre, che le dure sperienze avevano reso aborrente da agitazioni e da rischi, e tanto più sotto quella dello zio prete, tutto mitezza evangelica e amore intenso pe’ suoi prediletti studi di latino e di greco; egli dovette, suo malgrado ed anche con qualche mostra di buona volontà, occuparsi esclusivamente di lettere e d’arti.

Pertanto queste — comunque imparate a rintronico — ma più in ispecie il salutare influsso delle parole e degli esempli che il buon sacerdote gli andava del continuo porgendo, valsero possentemente ad ingentilirne la congenita selvatichezza, a rammollirne la tempra, a renderlo vievia così dolce e mansueto, che non lo si sarebbe tenuto capace di torcere il collo ad una pollanca senza provarne ribrezzo.