Lo zio, che avrebbe aspirato ad identificarselo il più che gli tornasse possibile, lo confortava eziandio a consacrarsi decisamente alla carriera ecclesiastica, la quale se, da un lato, meglio di ogni altra conforme a’ gusti del dabben sacerdote, poteva, dall’altro — massime di que’ tempi — sodisfare interamente anche le più sconfinate ambizioni. Ma il giovine, benchè non osasse manifestargli tutta la sua repugnanza, lo teneva in pastura con risposte evasive, cercando a furia di pretesti, di far conciliare insieme il deliberato proposito di non secondarlo e il vivo desiderio di non causargli un troppo acerbo dolore con un formale rifiuto.

Il giovine, malgrado avesse di assai mitigato il proprio carattere naturalmente vivace ed incline al fantastico, pure — ne’ suoi medesimi studi — lasciavasi il più sovente regolare da quello, ed a’ libri ascetici e filosofici, ond’era stipata la biblioteca vescovile dello zio, preferiva di gran lunga le storie di Tacito e di Livio, il Cortegiano di Baldassare Castiglioni e i versi del Petrarca e, meglio ancora, i poemi cavallereschi del conte Matteo Boiardo da Scandiano e di messer Lodovico Ariosto, che, di que’ giorni appunto, cominciavano a farsi tanto di voga.

Fingendosi nel pensiero le guerresche vicende, che pur sempre travagliavano il mondo, pari a quelle poeticamente descritte in siffatte sue letture; tra i polverosi stalli della sagristia e le fredde chiostrate dell’episcopio, e’ non sognava che Durlindane e Belisarde, Vegliantini e Frontini.

Era l’anima di un cavaliere errante, che si dibatteva entro il corpo di un semplice chiericuzzo.

Quando il suo misero congiunto soggiacque alle bestiali violenze del Farnese, egli trovavasi nella prossimana borgatella di Cartocceto, dove — tre dì inanzi — lo aveva mandato lo stesso suo zio, per recare a quel proposto taluni amuleti e reliquie venuti di Terrasanta.

Una staffetta gli fu subito spedita acciò lo istruisse prudentemente dell’orrendo accaduto e lo sollecitasse ad immediato ritorno. Nè di questo eravi mestieri, perchè il giovine — udita una volta la funesta novella — rompesse ogni indugio ed, inforcato il suo modesto ronzino, non gli lasciasse smettere il trotto chè non fosse giunto, trafelato ed ansimante, appiè della scala del vescovado.

Ivi, sceso di sella, divorò i gradini a quattro a quattro.

Era in su l’imbrunire.

Cosimo Gheri, pallido come cadavere, giaceva sul proprio letto.

Non una parola venne profferita tra il nipote e lo zio che alludesse alla triste circostanza. — Bastò lo scambio di una semplice occhiata a renderli intesi a vicenda di quanto avrebbero dovuto soffrire amendue, se l’uno avesse ascoltato, l’altro narrato i particolari della vituperevole scena, ond’era stato la vittima.