E si tacquero.
Solo il vescovo sporse la mano tremante dalle lenzuola e la stese al nipote, come per ringraziarlo del suo sollecito accorrere. Questi glie la strinse, cuoprendola di baci e, caduto ginocchioni appiedi del letto, ruppe in singhiozzi.
Quaranta giorni dopo, il misero Cosimo Gheri entrava nella sua estrema agonia.
— Figliuolo — egli diceva con voce spirante al nipote che, pure in quell’ora, gli stava genuflesso al capezzale — lascia che in questi brevi momenti che mi rimangono ancora di vita, io ti rinnovi le mie esortazioni ed i miei consigli.... meglio accetti riescono dalle labra di un moribondo e più profondamente s’imprimono nel cuore!
— Dite, dite su, zio — gli rispondeva il giovine, raffrenando a stento le lagrime — ogni vostra parola sarà per me una legge, un altro vangelo, ma non state a ripetermi, in carità del Signore, che siete presso a morire!
— È inutile che ti faccia illusioni!.... mi restano pochi minuti a pena!.... nè di ciò devi affliggerti.... è una grazia della suprema provvidenza questa di ottenere la morte, quando, nella vita, ogni scaturìgine di bene m’è inaridita per sempre!
— Oh, il Farnese.... l’infame!
— Chetati, chetati!.... te l’ho già detto che io non amo udirti favellare in tal guisa!
— Ma io detesto quell’uomo, ecco! io l’odio di un odio legittimo e vi giuro, zio... sì, lo giuro su questo vostro letto di patimenti e di angosce; lo giuro su quel crocifisso che tenete fra mani.... dovunque lo trovi, dovunque il raggiunga, vendicherò nel suo sangue le atroci torture che vi ha fatto soffrire.
E si drizzò in piedi.