La vecchia non si mosse e lasciò che il tedesco le transitasse da canto, facendo le viste di non essersi tampoco addata di lui.
Come il rimbombo de’ suoi passi si fu perduto sul lastrico del sottostante loggiato, ella riaperse l’uscio, dietro il quale s’era appiattato l’incognito, e gli rinnovò l’invito a seguirla.
Questi non se lo fece ripetere e — camminando in punta di piedi — montò secolei le scale dell’altro piano.
La stanza di Olimpia aprivasi sul medesimo loggiato, in capo al quale trovavasi quella di Bianca.
L’uscio n’era aperto perocchè fosse deserta.
Il Cavalier Nero vi entrò, seguendo la fante, che — nel mettervi piede:
— Ecco appagato il vostro desiderio — gli disse.
La stanza aveva molt’analogia con quella della nostra giovine perseguitata: ugualmente il soffitto a cassettoni, il pavimento ammattonato, una cassa, un tavolino, un inginocchiatoio e due sedie; ugualmente il tettuccio a tendine di rascia e le pareti tappezzate di pannolano, senonchè quelle erano di un rosso cupo e questo di un cilestrino sbiadito; ugualmente una sola finestra, senonchè opposta allo ingresso e prospettante verso il giro delle mura esterne. — L’unica differenza rimarchevole consisteva in ciò che, oltre all’àdito principale, aveva — nella parete a destra, contro quella, cui s’addossava il lettuccio — un’altr’uscio, che adduceva ad un piccolo spogliatoio, quindi ad un breve corritoio in apparenza senza sfogo.
Il Cavalier Nero esaminò minuziosamente ogni cosa, si affacciò alla finestra come per orientarsi; aperse i cassetti de’ mobili; palpò il letto, le cortine, le seggiole; poi, ripetendo alla vecchia:
— Sta bene... mi basta! — uscì premuroso e scese rapidamente le scale.