La camerista lo seguì, studiando il passo, sino alle logge del primo piano, dove s’arrestò borbottando fra sè medesima:
— Eh, fosse pure quel che ho temuto, grazie alla madonna benedetta, non ho patteggiato con lui!.... e le sue monete?.... eh, coriandoli.... se mai puzzassero di male bolge, e’ lo si riconosce issofatto!
E, in ciò dire, si trasse di tasca gli zecchini ricevuti in mancia e vi fe’ sopra il segno della croce.
— Non mi cascan di mano — soggiunse allora racconsolandosi — il che vuol dire che non sono di mala venuta, e che lui, malgrado le apparenze, non può essere il diavolo!
In quel punto incominciava il primo imbrunire.
Capitolo XVIII. Olimpia Marazzani.
Esaurito il proprio còmpito, mastro Pellegrino di Leuthen lasciò il castello e si affrettò a raggiungere l’aristocratica brigata de’ suoi ospiti, che — usciti di chiesa — erano già saliti al quartiere di Monte Aguzzo, per ivi assistere alla rappresentazione dell’Assiuolo.
Su sedie mobili e palchi e gradinate posticce, e’ si tenevano seduti all’aria aperta di fronte al baraccone di tele dipinte, inghirlandato di fiori, che i comedianti avevano eretto su la piazzuola di quel quartiere e che doveva servir di teatro.
Dietro i signori, si stipava in piedi la folla, cui si eran frammisti giocolieri e merciaiuoli, che il bruzzolo impediva dal continuare ne’ loro esercizi e ne’ loro commerci.
Alla comedia dettata dal suo autore in pretto volgar fiorentino e con assai maestria divisata, s’era fatto subire ogni sorta di varianti, di aggiunte e di mutilazioni. — L’un personaggio vi parlava il vernacolo napolitano, l’altro il bergamasco, un terzo un miscuglio di spagnuolo e francese tutto sproloqui e basse scurrilità; le maschere dell’Arlecchino e del Dottore, comecchè nella loro infanzia, vi facevano già capolino: la comedia, insomma, era adimata al semplice uficio di tessera, su la quale ciascuno creava il dialogo a proprio capriccio, innestandovi quanti più proverbi, motteggi e castronerie sapesse.