Come riconobbe che le tenebre ed il silenzio regnavano nel castello e si ritenne certo che tutti fossero immersi nel sonno; uscì furtivo dalla sua stanza e — sovrattenendo ogni passo per non muovere il minimo scalpore — salì le due branche di scala, che congiungevano il primo al secondo piano, e s’indirizzò tastoni pel buio corritoio, che menava all’uscio della camera di Bianca.

Dal foro della toppa che Pellegrino di Leuthen aveva privato di chiave, trapelava un leggero e tremulo filo di luce. — Quel debole raggio gli giovò come di stella polare.

L’uscio — secondo le previsioni e le promesse dello astuto tedesco — non era minimamente sbarrato.

Il Farnese lo sospinse con garbo ed entrò guardingo, traendolo dietro.

La lampada ardeva sul tavolino.

La fanciulla, coricata, dormiva.

Misera Bianca!

Nondimeno, nel punto istesso in cui egli penetrava, alla maniera di un ladro, entro quella stanza indifesa; dall’uscio di un’altra quasi contigua erasi sporto inanzi un volto feminile che lo aveva seguito avidamente degli occhi.

Era la donna dagli sguardi di fuoco, che — non sì tosto l’ebbe visto sparire — si ritirò frettolosa e disparve a sua volta.

L’ambiente, d’onde aveva fatto capolino, era quel medesimo, che, pochi momenti prima, la vecchia camerista aveva designato al cavalier nero come la stanza di donna Olimpia.