Quella donna era, dunque, Olimpia Marazzani.

A nissuno de’ nostri lettori sarà, per certo, caduto di memoria l’omicidio perpetrato dal marchese Giovanni Anguissola su la persona dello abate commendatizio di San Savino; cagione del delitto lo avergli costui rifiutato in moglie e sottratto una giovine donna, ch’era tenuta in conto di sua sorella.

Rammenterà parimenti il lettore come — qualche tempo prima di tale tragedia — l’abate menasse segretamente quella fanciulla a Castell’Arquato per affidarla alla contessa Sforza e come dappoi non se ne sapesse più nulla.

Ora l’abate commendatizio di San Savino era il Giambattista Marazzani e la sua pretesa sorella questa medesima Olimpia, che si fregiava del suo istesso casato.

A donna Costanza di Santafiora egli non aveva taciuto il grave motivo che lo consigliava ad allontanare Olimpia dal proprio fianco. — In un segreto colloquio, le aggiunse ancora che l’amore dell’Anguissola era un amore sacrilego, infame, e che s’ella gli avesse prestato ogni suo appoggio per salvare quella disgraziata, non se ne sarebbe mai dovuta pentire, poichè questa apparteneva, in qualche modo, alla di lei stessa famiglia.

La contessa di Santafiora avrebbe desiderato saperne da vantaggio e penetrare meglio addentro i misteri, che comprendeva nascosti in quelle mezze rivelazioni; ma — obiettandole la inviolabilità del confessionale — l’abate le mozzò le dimande sul labro.

Unica sua speranza egli diceva essere quella che la giovinetta potesse invaghirsi di qualcun altro e andare prestamente a marito. — Nè reputava la speranza troppo ardua a realizzarsi, dappoichè — sebbene fosse parsa dar retta alle smancerie ed alle calorose proteste dell’Anguissola — egli tenesse prove più che bastevoli a farlo certo che non lo amava punto.

Olimpia, aggiungeva, essere una fanciulla bisbetica, mutevole, di tempra ardente ed imperiosa, bisognevole di espandersi, vaga di emozioni, di affetti. — Un nonnulla tornar forse bastevole a dare un tutt’altro indirizzo alle apparenti aspirazioni del suo cuore.

Tale la pittura che l’abate aveva fatto della sua pretesa sirocchia in sul punto di lasciarla nella rôcca di Castell’Arquato, ignaro allora di non doverla rivedere mai più.

Nè la pittura potevasi tacciare di esagerazione. — Al contrario. — Il colorito n’era piuttosto pallido e freddo, talchè — per conseguire una tanto maggior somiglianza con l’originale — sarebbe convenuto innalzarne le tinte ad una gamma assai più calda e smagliante; sarebbe, in altri termini convenuto dire apertamente che Olimpia non era solo capricciosa e versatile, ma incline addirittura alla dissolutezza, di quella identica tempra, onde — a diciott’anni — dovettero esser formate le Teodore, le Messaline, le Giulie.